@pgcozzi –

 

Dopo Fellini A m’arcord (io mi ricordo), con il significato di rievocazione in chiave nostalgica, è la frase romagnola divenuta un neologismo della lingua italiana. Mi ricordo….

Mi ricordo quando il lavoro c’era. Mi ricordo quando ci insegnavano a lavorare. Negli anni Ottanta, da oltre Atlantico arrivavano manuali corsi e agenzie specializzate in motivazione e formazione del personale. Un fermento di iniziative irripetuto.

Mi ricordo quando imparavamo a rispondere al telefono: «Sono Antonella, in che cosa posso esserle utile?». Adesso: “parla l’operatore 4792”. O, peggio: digita 1 per questo, digita 2 per quest’altro, digita 3 per quest’altro ancora… Quando va bene.

Mi ricordo quando ci insegnavano a presentarci di persona secondo il metodo anglosassone, scandendo bene il cognome e a ripeterlo, questa volta preceduto dal nome: «Buongiorno. Sono Rossi, Mario Rossi dell’amministrazione di ABCD…»; così l’interlocutore capiva e non dimenticava il nostro nome e la funzione aziendale che rappresentavamo; da dove credete che venga il mitico “Bond, James Bond”? Viene da questo consolidato protocollo britannico, che al di là della Manica è ormai entrato nel dna dei withe collar e dei civil servant da generazioni. Imparammo che dopo la presentazione personale, il colloquio doveva esordire con un argomento “gratificante” per l’interlocutore, per fargli sentire la nostra considerazione. Situazioni provate e riprovate. Oggi invece…

Mi ricordo di quando le imprese con popolazione multinazionale tra i dipendenti e l’inglese lingua di lavoro, per integrare il working knowledge creavano corsi di comportamento e socializzazione tra colleghi di lingue diverse. Adesso che la globalizzazione è realtà, il massimo della comunicazione interpersonale tra colleghi della stessa azienda allocati fra sedi domestiche, estere e intercontinentali è un sms.

Mi ricordo quando in azienda l’ufficio del personale, insieme agli altri documenti, forniva un manualetto protocollare con la storia dell’azienda, la sua missione e persino il dressing code, il codice di abbigliamento desiderato. Adesso invece…

Mi ricordo quando Philip B. Crosby, l’autore de La qualità non costa (McGraw-Hill) introduceva anche da noi il concetto di Total Quality Management: ci insegnava che

la Qualità va presa seriamente a tutti i livelli dell’organizzazione, dai vertici alla base; che

bisogna misurare e monitorare costi, performance, conoscenze, miglioramenti e la soddisfazione dei clienti. Che la “Comunicazione” interna è importante quanto quella esterna. Che la cultura del miglioramento deve diventare la norma… Vi ci ritrovate?

Mi ricordo quando le aziende avevano contezza che “La formazione è un percorso educativo, il suo obiettivo è l’apprendimento: l’attivazione, il sostegno, il consolidamento dell’apprendimento” (Quaglino, 2001, pp. 278-279) e investivano (non: “spendevano”) in  training, incentive, motivation… Oggi invece…

Mi ricordo quando guru, media e pubblicistica varia – nuovi futuristi – magnificavano il progresso, la modernità” dell’home working, il lavoro a casa anziché in ufficio, modalità che l’incalzante IT rendeva sempre più praticabile, e la delocalizzazione. Adesso a lavorare sono algoritmi, app, robot, l’intelligenza artificiale…

Anticipo la prevedibile, scontata obiezione: altri tempi, altri soldi… Vero. Per la macroeconomia. Ma per la microeconomia, quella aziendale? E per il comportamento personale, individuale, che risposta diamo? Lezione dimenticata? Possiamo applicarla ancora al mondo (e al modo) del lavoro? Provate a convincermi che mi sbaglio.