Benedetto liceo classico

di Alessandro Lucchini

Questo articolo si sarebbe intitolato “maledetto liceo classico”, avessi avuto il coraggio di lasciare l’idea originaria. Poi, iniziare con “maledetto”? Metti “benedetto”, dai, così i nostalgici dell’aoristo avranno un sussultino, i detrattori e i non appassionati potranno pensare a un soffio di ironia. 

Che poi io mica ce l’ho col classico, anzi, ma quando decido di fare un viaggetto ad Atene, riaffiorano dalla polvere tanti ricordi, paradigmi e declinazioni e accenti e spiriti dolci e aspri e metrica e insulti inviati a quell’arpia che ci sparava un compitino di grammatica tutti i lunedì mattina. E allora vediamo, se è servito a qualcosa, tutto quel sudare.

Via, cominciamo l’esibizione.

Sui fondamentali sorvolo: kalimera, kalispera, kalinicta, parakalò, dai, facciam mica ridere. Piuttosto, la pronuncia. Che mica puzzi troppo di greco antico. Chi era… Cat Stevens? quello di “Father and son”, sì, madre greca, ogni tanto picchiava lì un paio di strofe:

Ruby glikya (Sweet Ruby)

Ela xana (Come by once more)

Ela xana konta mou (Come once more close to me)

Ela proi, me tin avgy (Come by at dawn)

Xrisi san iliaktida (Golden like a ray of sun)

Ruby mou mikri (My little Ruby)

Pronuncia ok.

In aereo, dispiego la mappa della città, e l’occhio cade su piazza Syntagma. Sarà perché è il nome scritto più grosso (c’è il Parlamento) o perché a me, che lavoro sul linguaggio, quella parola dà sempre un brividino, capace com’è di accendere riflessioni sulla posizione delle parole nelle frasi. Poi la disquisizione si snocciola su altri toponimi (e dai): Metropoleios, Evangelismos, Panepistimio. Metto via, se no i vicini di posto mi buttano giù.

All’uscita dall’aeroporto – exodos, ovviamente – il pensiero richiede più impegno. Di quella scritta “Dietnès Aerodromo Atenòn” mi cattura il dietnès: dev’esserci il senso del dià, attraverso, e di etnia. “Attraverso i popoli”. Sarà “internazionale”. Massì, siamo nella culla della civiltà antica, patria dell’imperialismo moderno, del confronto tra le genti . Il mio ringalluzzire raggiunge già un punteggio da vergognarsi.

Un’indicazione stradale, “Maratona-Termopili”, e il pensiero vola alle due mitiche battaglie, ma soprattutto a quel Filippide, che si mangiò i 42 e rotti chilometri per annunciare la vittoria sui Persiani. E un fremito infantile mi fa venir voglia di mandare una foto del cartello ai miei tanti amici maratoneti. Ma riesco a trattenermi.

In albergo il receptionist sfoggia un buon italiano. Fermi: non ero io che dovevo fare il figo?

Acropoli, ed è subito languorino. Dai, non la solita mussaka. Perché non proviamo quel Takis bakery che suggeriva la guida? Takis, veloce. Come tachimetro, tachicardia, tachipirina. Un boccone veloce. 

Ogni dieci-quindici metri c’è un banchetto con la scritta “onoma”. Gente che ti scrive il nome in alfabeto greco dove vuoi tu. E mi farei scrivere Alèxandros da qualche parte, da quel vecchietto, giusto per dirgli che sono io, sì, il “liberatore degli uomini”.

A un certo punto, il mio ego trova un confine. Fisico metallico nero. Lo leggo su una casetta, pare un distributore di qualcosa. Era mica anche sull’acqua minerale? Aspetta, fisico metallico sarà ben “naturale minerale”. Ma nero? “Acqua”? Ma va’. Acqua è idro. Dai, idrolitina, idraulico, idrogeno. Che diavolo è nero?. Sgomento, quando giro sul fronte del distributore. Impietoso, il cartello: “natural mineral water”. Non ci son più le acque di una volta.

Morale a precipizio. Su una farmacia, che avrei giurato essere apotheke, la chiaman così pure i kartoffen, no qui è farmakeio. Poesia, zero. Alla ricerca di un conforto, mi viene in mente una lista di ambiguità da traduzione, come uoman che in inglese è donna, e cold che è freddo, e quel largo che in spagnolo è lungo, e poi quel bimbo tedesco che rifiutava di fare i compiti il venerdì, spiegando alla mamma che frei-tag è “giorno libero”, cioè senza compiti. Ma son pensieri che dan poco conforto.

Il sollievo arriva quando vedo, sul fronte di un enorme edificio, la scritta Autokineton, e intuisco al volo che non è un cinema self service, ma un parcheggio.

È sorriso pieno quando leggo Europe. Snobbo l’etimologia, e mi faccio bastare quell’iniziale eu, che suona proprio “bene”. Sono felice di appartenere a questa gente che mischia nordici a semiafricani, atlantici a uralici, e che qualche becero vorrebbe sgretolare dopo solo qualche decennio di sforzi di dialogo. 

E ora la pianto con ‘sta litanìa e vado a metter qualcosa nello stomaco. 

(Ah, già, stoma, bocca)