DI Grazia De Benedetti 

Ne siamo fuori? O ancora dentro? La confusione regna sovrana. Chi comunica notizie o fa pubblicità ha già scelto quale messaggio vuole far passare. Ottimismo o permanenza dell’allarme. Basta mettere un dato in rilievo e un altro nascosto in un sussurro, conditi da un certo tono, oltre al sorriso o al cipiglio, e il gioco è fatto.
Anche chi ascolta è predisposto a cogliere i messaggi che vuole sentirsi dire, la narrazione a cui è pronto ad aderire, mentre comunicazioni diverse spariscono tra i tanti bla bla.

Un atteggiamento che si fa più corposo proprio nei momenti in cui il disorientamento cresce, insieme alla necessità di aggrapparsi a un riferimento che dia fiducia.

Durante la Fase 1 DEL Covid 19 gli Italiani sono stati spaventati abbastanza da sopportare per due mesi un’autosegregazione e da ubbidire alle regole imposte, per quanto non sempre chiare.
Abituati ad avere comunque soluzioni, hanno aderito al “Tutto andrà bene”, slogan paternalistico  che copre le ansie, almeno in superficie.

Nella Fase 2, i giovani, battezzandola “lo sblocco”, si sono autorizzati al “liberi tutti”, come se niente fosse successo o non perdurasse il pericolo, e così si comportano anche molti, specie di generazioni di poco più vecchie, se abituate ad un certo individualismo e superficialità, che tiene in poco conto gli altri.

Quando la parola “rispetto” (anche delle regole) non significa più niente, sbiadiscono i diritti, il che può voler dire sofferenza e rischio di morte per altre persone, soprattutto per quelle che cercano di resistere, mentre le loro fragilità aumentano. E chi segue comportamenti virtuosi spesso appartiene alla categoria sensibile ai problemi dell’ambiente e del clima e magari sentiva che qualcosa di brutto doveva per forza seguire agli appelli inascoltati. Come dice uno slogan che gira, citato da Paolo Rossi, “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.