Pier Giorgio Cozzi

 

«È impossibile non comunicare». Perché«ogni comportamento ha valore di messaggio»,  il primo dei cinque assiomi sulla comunicazione umana Paul Watzlawick e i suoi colleghi della Scuola di Palo Alto (California) ce l’hanno spiegato già qualche decennio fa. “E tutti noi suonatori, dal più grande al più umile, scrittori di musica e narratori di storie” ne abbiamo preso doverosamente atto; le nostre strategie e tattiche di marketing e di comunicazione l’hanno metabolizzato da mo’ questo concetto, tant’è che nemmeno ce ne accorgiamo più: è nel dna di chi fa questo mestiere. Inconsapevolmente, in quello di tutti gli altri.

Ho però una curiosità: l’assioma numero1 di Watzlawick vale solo per gli individui in quanto tali o può essere applicato anche al comportamento collettivo di persone, di un popolo, population at large come direbbero gli inglesi? Li cito, gli inglesi, perché in questo caso sono loro il soggetto. Me lo sono chiesto, se detto assioma sia valido o no, dopo l’attentato di Westminster del 22 marzo e, sopra tutto, visto come la gente, la capitale, le istituzioni del Regno Unito hanno reagito: niente scene di panico sul luogo dell’assalto alle persone e all’istituzione; gli astanti, perfino un viceministro, realisticamente a prestare soccorso.

Eloquente su tutti i media la foto di una giovane donna china ad assistere un ferito, in primo piano un paio di scarpe ordinatamente accostate sul bordo del marciapiede. Niente retorica post attentato. Solo dolore composto. Dolore collettivo pubblico: il parlamento scozzese che per solidarietà sospende la seduta in cui discuteva l’indipendenza dal Regno Unito, e dolore individuale, privato: sentito, tangibile dei soccorritori ai feriti; cordoglio misurato per le vittime.

Qualche ora dopo l’attentato, però, a Londra la vita quotidiana ha ripreso a trascorrere normalmente, business as usual: «Si avvisano i gentili terroristi che siamo inglesi e che comunque continueremo a bere il nostro tè» annunciavano i cartelloni nelle stazioni di the Tube, la Metro londinese. Tipico understatement britannico.

Tornando alla domanda se anche “la gente” in quanto tale comunica, non ho una risposta certa: tuttavia penso che sia possibile. Nel caso dei britannici, per esempio, popolo storicamente prammatico, individualista di fatto ma pronto a riunirsi “come un sol uomo” quando le vicende sociali e della Nazione lo esigano la risposta è certamente sì: quel popolo comunica pacata incrollabile coesione.

Gli esempi non mancano. Per ricordarne uno noto a tutti: lo hanno dimostrato sotto i bombardamenti nazisti, quando a capo scoperto e scorta ridotta il primo ministro e una giovanissima sovrana si recavano nei quartieri di Londra ridotti a macerie. Se è consentito un ricordo personale, l’ho visto direttamente questo spirito – ero in Inghilterra in quei giorni – quando la flotta di Sua Maestà levò le ancore per andare in guerra alle isole Falkland minacciate dagli argentini che ne reclamavano il possesso; ebbene, come ai tempi di Francis Drake, dell’ammiraglio Nelson, molte tra le giovani donne assiepate sui moli, moderne polene, salutavano i marinai della Royal Navy ostentando benauguranti i seni denudati. “Rule Britannia, rule”.

Questo, a mio vedere, è l’autentico messaggio collettivo che il giorno dell’attentato a Westminster e quelli successivi la gente di Londra ha ‘comunicato’ al mondo intero: la nazione di bottegai (copyright Napoleone) non è usa a indulgere sul lutto. Perché gli inglesi, sosteneva G.B. Show, «non saranno mai schiavi. Avranno sempre la libertà di fare ciò che il governo e l’opinione pubblica pretendono da loro». Of course, old man.