Di Ugo Canonici

Certo non c’è nessuno di noi che non sia angosciato, che non si preoccupi, che non si auguri di vedere la fine di questo periodo, in cui il terrore o, se vogliamo un po’  “sfumare il concetto”, diciamo almeno l’attenzione non sia rivolta a quello che sta succedendo  attorno a noi. E, purtroppo, non so bene cosa ciascuno di noi possa fare per portare un piccolo contributo alla soluzione del problema.

Stiamo parlando del terrorismo grosso, quello con la T maiuscola, fatto di attentati e ahimè di tante vittime.

Ma esistono anche altri modi per fare del male e anche per creare angoscia. Di fare, insomma, “attentati”, alla nostra serenità quotidiana.

Ad esempio usando le parole in modo inadeguato. Perché le parole sono pietre. E possono fare tanto male.

E qui possiamo certamente tutti fare qualcosa di positivo.

L’ho sempre sentito dire che le parole sono pietre. Ma mi sembra che queste pietre possano essere esaminate da diverse angolazioni.

Per dare un sapore di positività, diciamo che sono pietre preziose. Perché ogni parola ha un valore, la sua collocazione ha un valore e ha  anche un valore il suo esserci o non esserci.

Per alcuni è importante il bla-bla, l’uso a ruota libera delle parole. Per conferma provate ad interpellare gli adulatori. Ricordate “Il corvo e la volpe”?

“Impara che tutti gli adulatori vivono a spese di coloro che li ascoltano” diceva la volpe al corvo, deluso dall’aver perso il suo prelibato pezzo di formaggio.

E aggiungeva “questa lezione vale, senza dubbio, un formaggio”.

Con uno sguardo agli oratori, coloro che parlano in pubblico, ci rendiamo conto che molti sono convinti che il valore dell’intervento è legato ai minuti che si “resiste” col microfono in mano. Vai a convincerli che si possono dire le stesse cose, con la speranza, in più, di essere seguito, in pochi minuti.

Alla sintesi è connessa l’efficacia. Poche parole possono  più di tanti discorsi.

Provate a riflettere su Cambronne: alla richiesta del generale nemico di arrendersi avrebbe potuto replicare con una serie di argomentazioni, di controproposte, cercando di arrivare, magari dopo lunghe discussioni, ad un onorevole compromesso. Ma lui aveva ben chiaro in testa cosa fare e ritenne di essere esplicito( e sintetico) nella sua risposta. E con una parola sola è passato alla storia.

Ma se il saper usare in modo corretto le parole ha un suo peso, dobbiamo ricordarci che un peso, e non piccolo, si ritrova anche nel non usarle. Al momento opportuno.

Tutto il teatro ed i grandi attori sottolineano l’importanza dei “tempi” del dire e del tacere.

Ma anche tutta la tradizione popolare ci ha riempito di proverbi. “Un bel tacer non fu mai scritto” è un invito a valutare se è il caso di usarle, le parole, o no.

E l’invito a fare questa riflessione è ancora più perentorio quando dice “prima di parlare conta fino a 10 (qui il numero cambia –in crescita- secondo la focosità del carattere degli abitanti della regione in cui il proverbio viene citato). Poi taci!”.

E il valore del non sparare parole, del silenzio, credo che sia una di quelle cose che tutti noi abbiamo avuto modo di vivere in prima persona. Sia nella funzione passiva del ricevere, sia in quella attiva (perché non mi sono morso la lingua prima di parlare!…).

Perché sto parlando del valore delle parole? Perché l’ho detto all’inizio.

Oggi sembra che le parole possano essere usate solo in libertà. E quindi guardiamole anche nel loro utilizzo negativo.

Grazie al dilagare dei social, grazie all’invasione di internet (ottima cosa ma che, come tutte le cose buone, per diventare anche efficace dovrebbe essere utilizzato bene) sembra che le parole siano tutte in “permesso speciale”. Tutti possono dire  “di tutto” a tutti.

Tanto c’è quasi sempre la possibilità dell’anonimato. E poi, “era tanto tempo che gliene volevo cantare quattro a quel …..”. Pazienza se magari si esagera un po’. Pazienza se ci si aggiunge qualche cosa di inventato, tanto per rincarare la dose. In fin dei conti cosa ci costa?

Ed è qui che si entra nel campo del “fare del male”. In un campo in cui non è difficile far nascere angoscia, sgomento, paura. Si possono realizzare dei veri e propri attentati.

Abbiamo a disposizione, come si diceva, degli strumenti eccezionali che hanno in sé mille possibilità. Sta a noi come li utilizziamo soprattutto quando trattiamo con le parole.

Perché, come per gli strumenti musicali, non è sufficiente metterci sopra le mani. Lo strumento lo si può malamente strimpellare, fare solo rumori noiosi oppure ottenere musica celestiale che mandi in visibilio.

Per raggiungere quest’ultima situazione ci vuole un po’ di dote naturale e tanto tanto tanto studio.

Ecco, io credo che imparare a usare le parole sia un sforzo che però sa dare ricompensa.

Secondo me ne vale la pena.