Di Ugo Perugini *

 

Quando lavora bene un team? Quando tra tutti i componenti esiste un’armonia, un senso di collaborazione diffuso. Quando per raggiungere gli obiettivi prefissati i membri del gruppo si scambiano informazioni, sanno coordinarsi e supportarsi in modo reciproco. Rispettare questi principi è un must che ogni membro del gruppo dovrebbe aver fatto proprio: perché i benefici di un simile comportamento ricadranno poi su tutti i componenti del team.

Questo è fondamentale anche nell’esperienza di apprendimento del tipo “sharing”, che prevede uno scambio continuo e osmotico di risorse, idee, in un contesto sempre più incline a superare soluzioni che possiamo definire “stand alone”, a vantaggio di esperienze sempre più collettive e connettive.

Eppure non sempre questo accade. Si parla qualche volta dell’effetto “free-riding”. Di cosa si tratta? E’ la tentazione da parte di qualche membro del gruppo di comportarsi opportunisticamente, lesinando il proprio impegno per avvantaggiarsi di quello degli altri. Cosa che, come si capisce facilmente, può produrre effetti deleteri e situazioni di gravi inefficienze.

Sono stati effettuati  degli esperimenti su tale fenomeno presso la Facoltà di Economia dell’Università della Calabria, partendo dall’idea che la soluzione a questo inconveniente può essere evitata grazie ai legami sociali (cioè ai rapporti di amicizia tra i componenti del team) che possono avere un effetto positivo sull’efficienza del team stesso.

Non entriamo nell’aspetto tecnico di tali esperimenti che hanno riguardato sia gruppi formati da amici sia gruppi di persone non legate da rapporti di amicizia. Al termine delle prove i risultati sono stati inequivocabili. Chi lavora con persone con cui ha un rapporto di amicizia ottiene risultati superiori rispetto a coloro che lavorano con colleghi estranei alla propria cerchia delle conoscenze. Diminuiscono i comportamenti opportunistici e aumenta l’interazione e lo scambio di conoscenze che si riverberano anche sul rendimento individuale.

Da non sottovalutare un altro aspetto emerso dalla ricerca. Nei team composti da persone non legate da rapporti di amicizia, le differenze nelle abilità (cioè il fatto che alcuni siano più abili o esperti degli altri) portano a ridurre l’impegno di chi ne possiede meno, cosa che non succede nei gruppi dove invece esiste un rapporto amicale.

Come valutare in concreto questa ricerca? Forse è preferibile lasciare le persone libere di scegliere il team con cui collaborare, favorendo, se non la creazione di gruppi amicali all’interno dei gruppi operanti nelle imprese, interazioni sociali più omogenee atte a favorire la riduzione di comportamenti opportunistici e stimolare la cooperazione e il supporto reciproco.

E’ la scoperta dell’acqua calda? Forse, ma chi si occupa di formazione non può mai trascurare elementi di questo genere, soprattutto in gruppi dove è necessario sviluppare logiche e competenze comunicative in grado di incrementare l’apprendimento attraverso tutta una varietà di strumenti e di apporti che siano sempre stimolanti e generatori di senso.

 

*da Capoverso