Di Ugo Perugini,

Anche il nostro Paese, come noto, ha un Piano per l’industria 4.0. Il governo sembra sensibile al problema e sta fornendo delle indicazioni molto condivisibili che prevedono interventi sull’università e sulla ricerca. Parliamo, ad esempio, dei Competence Center. Nel settembre scorso c’è stata la firma di un memorandum tra quattro università del Nord Est: Padova, due a Venezia e Verona.

Tanto per ricordarle, le direttrici strategiche di intervento del Piano Nazionale Industria 4.0 sono: Investimenti innovativi e Competenze, Infrastrutture abilitanti e Strumenti pubblici di supporto, Governance e awareness. Il Competence Center si propone come centro di eccellenza, di valore internazionale, per promuovere i processi di ricerca e innovazione di una delle aree industriali più vitali del paese, favorirne la trasformazione e sostenerne la crescita e la competitività.

Ma occorrerà del tempo prima che un intervento di questo tipo abbia una ricaduta concreta sul mondo reale. E’ necessario sapere qual è il punto di partenza. Cioè vedere quali sono le competenze tecnologiche reali effettivamente già impiegate nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’ambito della PMI che sembra decisamente più attardata.

Facciamoci onestamente queste domande: quante sono le risorse qualificate, chiamate anche HRST (Human Resourches in Sciences and Technology), cioè persone che hanno un titolo di studio elevato e ottime competenze di IT, inserite in ambito manifatturiero in Italia?

Quali e quante sono le imprese che utilizzano interconnessioni delle reti, tecnologia cloud, internet delle cose, Web Analytics, gestione delle informazioni con i Big Data, digitalizzazione della catena di montaggio, stampanti 3D, monitoraggio e valutazione dei vari passaggi nella filiera, robot collaborativi, sistemi di risparmio energetico, ecc.?

In Europa, secondo dati Eurostat sono aumentati gli addetti manifatturieri con skills tecnologiche avanzate ma l’Italia è nettamente al di sotto della media e si colloca nelle ultime posizioni a livello della Polonia.

La situazione in Europa vede i Paesi del nord che mostrano due prevalenti caratteristiche: un basso livello della produzione manifatturiera ma un alto livello di persone qualificate (HRST) che vi operano. Eccezion fatta per Germania ed Austria che, al contrario, oltre ad avere un contributo in termini di personale qualificato, vantano anche una buona produzione manifatturiera.

L’Italia che è un paese, come noto, dove esistono molte piccole e medie imprese manifatturiere, la vera spina dorsale dell’industria italiana, ha una produttività alta nel settore ma il personale che vi opera ha una qualifica decisamente molto bassa.

D’altra parte, in Italia il mito del “made in Italy” si è alimentato soprattutto sull’utilizzo di manodopera, spesso con bassa qualifica, che ha contribuito a ridurre quasi all’osso i costi del lavoro, continuando a mantenere competitive le aziende in confronto con quelle degli altri paesi europei, garantendo certi margini di redditività. Ma è evidente che questo andazzo non potrà durare. Ormai c’è poco da spremere. Per un salto di qualità che riporti tali imprese alla competitività occorre intervenire con un aggiornamento tecnologico.

Ben vengano perciò le spese per le ricerche e lo sviluppo ma occorrono anche decisi interventi diretti e immediati per migliorare le competenze, se si vuole che la nostra manifattura, specie quella di piccole e medie dimensioni, in certi settori davvero ancora molto importante, non perda ulteriore terreno e si trovi ad affrontare crisi irreversibili.

 

*da Capoverso