Di Ugo Perugini

Gran bella cosa il potere! Chi non ricorda la famosa affermazione, efficace anche se piuttosto volgare: “comannari è megliu che futtiri”? Qualcuno, probabilmente potrebbe incautamente sostenere che, nei nostri Paesi democratici, oggi la maggioranza dei processi di “decision-making” è sempre collegiale, sottoposta a vari controlli e verifiche e, quindi, mai affidata solo a una persona.

Naturalmente, è un’affermazione, oltreché ingenua, per lo meno utopica. Sappiamo tutti che esistono persone che dispongono di grande potere, nel mondo degli affari e all’interno delle aziende, le cui decisioni, spesso prese “in solitaria”, hanno poi effetti di vasta portata sulle loro organizzazioni, sui dipendenti e anche sugli stessi consumatori e cittadini.

E, anche se certi comportamenti vengono naturalmente in superficie, certe cose si possono imparare. Studiando adeguatamente e frequentando adatti corsi di formazione.

Come al solito, gli studiosi americani, molto pragmatici, hanno svolto alcune interessanti ricerche per arrivare a una conclusione che ognuno di noi, in cuor suo, e magari anche sulla propria pelle, già conosceva: e cioè che le persone dotate di potere sono poco propense ad ascoltare i consigli di altri, nella fattispecie dei propri più vicini collaboratori, quando devono prendere una decisione.

Gli studiosi hanno effettuato quattro esperimenti – di cui uno nell’ambito di un contesto lavorativo reale – rilevando che la fiducia rappresenta un elemento costituente della leadership e che più un leader ha potere meno è disponibile all’ascolto di suggerimenti o consigli da parte dei propri collaboratori. Anzi, se lo dovesse fare, il suo comportamento verrebbe percepito come un evidente segno di debolezza.

In altri termini, questi studiosi – che fanno capo alla New York University, Lehigh University e Duke University – sostengono che il potere si autoalimenta, favorendo una eccessiva sicurezza nella propria capacità di analisi della situazione e nel proprio giudizio, tanto che in certi casi le decisioni prese risultano sbagliate o carenti.

Insomma, la qualità del processo decisionale diminuisce quando la persona di potere – definita sinteticamente come colui che è in grado di influenzare gli altri attraverso il controllo delle risorse e degli interventi di ricompensa e punizione – è troppo sicura di se stessa e delle proprie convinzioni, e finisce per dare eccessivo peso alle proprie opinioni e impressioni.

Aggiungiamo un corollario interessante che riguarda la distinzione di genere. Le donne, anche se esercitano un grande potere, suscitano in generale minore fiducia rispetto agli omologhi colleghi maschi; d’altra parte risultano sempre molto più disponibili degli uomini ad accogliere idee e proposte che pervengano da altre persone.

Certo è che la ricerca suscita non poche perplessità considerate le importanti implicazioni che comporta: il potere e la fiducia che si attribuisce a chi lo esercita sono fortemente interconnessi e possono influenzare negativamente le decisioni da prendere, oltre ad ostacolare l’analisi di eventuali feedback o suggerimenti provenienti da altri ambiti.

Come fare allora per evitare queste conseguenze che possono anche rivelarsi esiziali per il futuro di un’impresa? La soluzione più razionale, è quella di fare in modo che la struttura organizzativa, fin dalle prime fasi del processo decisionale e prima che chi ha il compito di decidere si sia potuto formare una propria opinione o abbia la possibilità di esprimere pubblicamente i propri commenti, faciliti la raccolta di informazioni, dati e consulenze necessarie a creare un quadro il più possibile esaustivo della situazione.

Nel timore, piuttosto fondato, che sia oltremodo difficoltoso che il leader mostri atteggiamenti di disponibilità all’ascolto e alla valutazione di proposte che non siano le proprie, bisogna che a parlare siano i fatti e i numeri; occorre dare, in sostanza, più spazio possibile a tutti quegli elementi asettici e impersonali che lo portino verso una decisione che comunque non trascuri alcun aspetto del problema che si ha di fronte.

A quel punto, se tutte le variabili sono state ponderate nel modo più opportuno, è giusto che tocchi a lui prendere la decisione definitiva, assumendosi insieme ad essa la relativa responsabilità. Ma questo è tutto un altro discorso…