di  Antonella Lucato

In ogni tipo di relazione, il dialogo apre la porta alla comprensione, condizione necessaria per capirsi, soprattutto quando le ragioni dell’altro sono diverse dalle nostre.  Per dialogare serve che qualcuno racconti e che qualcun altro ascolti, senza ascolto, si sa che, non c’è comunicazione.

 Una gran parte della vita la passiamo davanti ad uno schermo, che sia quello della televisione o quello di un computer:  per lavoro, necessità o curiosità.  Molte ore, ogni giorno, le spendiamo a scambiare informazioni: talvolta le opinioni diventano rabbiose al limite dell’insulto,  altre volte il linguaggio è sintetico o a monosillabi  come quello degli sms.   Al dialogo del sentire autentico, di quel che ci accade dentro, resta ben poco tempo  da dedicare.

“Come stai?” è una domanda semplice, viene rivolta come un rituale di saluto o una forma di cortesia alla quale si risponde spesso con un “bene, grazie” o  “male, non potrebbe andare peggio” o “non mi posso lamentare” o comunque con frasi di circostanza.

Eppure “come stai” è una domanda meno banale di quel che sembra e meriterebbe più considerazione poiché è una chiave che apre la porta ad un dialogo che può andare oltre un formale scambio d’informazioni e aprirsi  al mondo del sentire.

Prova a porre la domanda a te stesso, chiediti: Come stai? Come stai proprio ora, in questo momento?  Che sensazioni provi,  prenditi un istante ed osserva con calma il tuo corpo: sei davanti al monitor, gli occhi impegnati da ore a leggere,  sono forse stanchi o arrossati,  la mano o il braccio,  rattrappiti dal lungo tempo nella stessa posizione, le dita si muovono veloci o nervose sulla tastiera.  Le spalle o forse il collo sono contratti, la schiena un po’ incurvata, il respiro alto o corto per la tensione di un lavoro da finire o delle tante e-mail alle quali rispondere.

 Un “come stai”, chiesto con garbo ad un collega potrebbe aprire un varco verso una nuova comunicazione,   rendere meno conflittuale una situazione, essere l’occasione per chiarire delle incomprensioni o stemperare delle tensioni.

Una storia zen racconta:   un uomo è su un cavallo,  galoppa veloce,  pare  sia molto importante il luogo dove l’uomo deve andare. Un tale, che incontra lungo la strada, gli grida: “Dove stai andando?” e il cavaliere risponde: “Non so, chiedi al cavallo!”.

Come nella metafora anche noi a volte corriamo,  su un cavallo che non riusciamo a fermare,  anche se non sappiamo dove in realtà sia diretto.

E non ci fermiamo a sentire come stiamo.

Il cavallo, nel linguaggio simbolico della metafora,  rappresenta quell’insieme di abitudini che spingono ad agire per inerzia in una certa direzione,  a correre dietro le cose della vita senza chiedersi quale sia il senso di tanto affanno.

Anthony De Mello ci ricorda che: “la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare tutt’altro”.

Indaffarati tra mille impegni,  questioni varie, tensioni, paure  e preoccupazioni,  si perde il contatto con ciò che ci succede dentro.

Eco allora che quella domanda: “Come stai” ci riporta  allo  “stato dell’animo”   che in ogni momento proviamo ma di cui spesso non ci si rende conto.   Eppure ogni relazione, a cominciare da quella con noi stessi,  dipende da quello stato dell’anima a cui dedichiamo così poco tempo ed attenzione.

Se abbiamo dei conflitti dentro, inconsapevolmente saranno proiettati all’esterno sugli altri e causeranno relazioni conflittuali.

Non è solo la cronologia dei fatti che conta ma il modo come noi li percepiamo,  come ci fanno sentire dentro.

Ecco allora che quella domanda “Come stai?”, assume un significato più profondo,  ci fa restare in contatto con quel che sentiamo.  Ci fa prendere coscienza di quei “stati dell’anima” che dipingono ogni nostro momento e caratterizzano le nostre relazioni, alla luce di un atteggiamento più consapevole.

Se vogliamo che il mondo cambi non possiamo che partire da noi stessi. I nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni hanno il potere di determinare come stiamo e come facciamo sentire le persone intorno a noi.