Pier Giorgio Cozzi

 

Le bufale del marketing alimentare.

Dice il saggio: «A tavola non s’invecchia». Sarà mica un’altra delle trovate del marketing, eh? Perché sulla nostra alimentazione e sui miti della nostra gastronomia di storie ce n’è ben più d’una, abilmente create dal marketing e dalla pubblicità. Narrazioni, come direbbero gli antropologi.

A riportarci coi piedi per terra arriva Denominazione di origine inventata. Le bugie del marketing nei prodotti tipici italiani, un libro di Alberto Grandi (Mondadori, genn. 2018). L’autore – documenti alla mano – rivela il trucco: i prodotti tipici italiani sono buonissimi. Ma la loro storia è in larga parte inventata dall’industria agroalimentare.

Da non crederci, credete. Qualche esempio. I pomodori di Pachino? Creati dall’israeliana Hazera Genetics. Il Parmigiano reggiano? Fino agli anni Sessanta lo si trovava sul mercato in anonime forme da 20 kg (oggi 40), rivestito di una goffa crosta nera, buono, si diceva, solo se aveva la goccia dentro. Oggi è il top dei Dop. Il lardo di Colonnata? Piaceva già a Michelangelo, sostengono i produttori toscani del XX secolo, da quando cioè decisero che per valorizzarlo occorreva appunto… inventarsi una storia.

Stesso percorso, lo storytelling, buono per il cioccolato di Modica della Antica Dolceria Bonajuto artigiani da sei generazioni, e per il panettone milanese prodotto da colossi industriali come Motta e Alemagna che già nella prima metà del Novecento affidavano la réclame natalizia dei loro prodotti alle raffigurazioni di Severino Pozzati; per il mandorlato “Vido” di Lendinara, il talento era invece quello di Fortunato Depero.

Parlando di grani e di paste, Kamut dice niente? E il glutine? Ricordate le “pastine glutinate”? L’idea di una pasta con aggiunta di glutine venne a Giovanni Buitoni nel lontano 1847. L’azienda cercava un prodotto innovativo in grado di ritagliarsi una nicchia di mercato importante, quella degli alimenti per diete particolari. Così la pastina glutinata entra nelle case degli italiani come “Il miglior alimento per bambini, ammalati, convalescenti, prodotto di regime per obesi, gottosi, uricemici e diabetici”. E l’olio di palma diventato il Babau dei salutisti (de’ noantri, ché nel resto del mondo…)? Di questi esempi, di narrazioni favolose… «haccene più di millanta, che tutta notte canta» (Boccaccio).

Cereali, pasta, olio di oliva, pesce fresco, frutta, verdure, formaggi, legumi, uova sono alla base dell’altra trouvaille letteraria, la “dieta mediterranea”, efficace per prevenire determinate malattie,  dichiarata dall’ Unesco “Patrimonio orale e immateriale dell’umanità”. Una credenza diffusasi con le indagini del biologo Ancel Keys che negli Usa (1952) studiò la relazione tra consumi alimentari e fattori di rischio di aterosclerosi.

Il modello «dieta mediterranea», però, non corrisponde alla realtà storica di nessuna area geografica del mare nostrum. Fino agli anni Cinquanta, infatti, le popolazioni meridionali (non soltanto le italiane) seguono un regime alimentare a base di pane, di mais, patate, pomodori, peperoni, legumi, e per il condimento ricorrono al grasso suino. Fino alla fine Ottocento, inoltre, non conoscono quasi la pasta.

Che la così detta dieta mediterranea non esista, del resto, l’aveva già rigorosamente sostenuto il filologo, storico e antropologo Piero Camporesi nel suo ammirevole saggio Le vie del latte (Garzanti 2006, prima edizione 1993): un affascinante viaggio nelle pianure longobarde ricche di latte e formaggi, nella storia di questo alimento tra curiosità, scoperte, documenti e sapori dimenticati. Un recupero e una riscoperta della vera dieta del nord confrontata con il suo antimodello: la dieta mediterranea, pura invenzione commerciale.