Ecosistema dell’innovazione:
gli imprenditori italiani fanno la propria parte?

L’Italia delle startup cresce e accelera ma resta ancora indietro agli altri Paesi europei. Eppure, secondo i dati di Crunchbase analizzati da Ocse, la qualità degli “startupper” italiani non è diversa da quella degli altri Paesi. Dunque, è il fronte dell’offerta che va potenziato, con più finanziamenti
A cura del Centro Studi di P101
“Insieme alle risorse finanziarie, le persone pronte a impegnarsi in una nuova iniziativa imprenditoriale sono un altro importante ingrediente di un fiorente ecosistema delle startup”, scrive Ocse in un report di valutazione dello Startup Act italiano, la policy che comprende una serie di strumenti eterogenei volti a sostenere le startup innovative, analizzati da P101 SGR a novembre.

Chi sono gli imprenditori italiani che fondano startup? Presentano caratteristiche diverse rispetto a quelli del resto d’Europa? Un aiuto per realizzare questo identikit ce lo offrono i dati di Crunchbase. E il primo dato che balza all’occhio è che, almeno dal punto di vista quantitativo, non abbiamo nulla da invidiare al resto del mondo: di recente il Registro delle startup innovative ha superato la quota di  10.000 unità, segnalando che il bacino di innovazione da cui attingere è sempre più ampio e variegato.

Vediamo invece cosa accade dal punto di vista della formazione. In Italia solo il 10% dei fondatori di startup ha un PhD, un dato che tuttavia è in linea con quello europeo e globale. Solo Belgio e Germania si discostano sensibilmente (rispettivamente al 18% e al 15). Gli startupper che hanno un master Mba, invece, sono in Italia circa il 7%, in linea con l’Olanda e vicino alla quota di Svezia e Belgio, ma molto distante dall’oltre 20% di Singapore, Spagna e Israele; mentre gli Usa si collocano intorno al 18%.
Per quanto riguarda il “curriculum” di chi decide di fondare una startup, in tutto il mondo è netta la prevalenza di startupper che provengono da una precedente esperienza imprenditoriale (sopra il 20%) rispetto a quelli che hanno un background accademico, ovvero che hanno avuto un’esperienza lavorativa come professori, ricercatori o docenti: in tutti i Paesi analizzati sono meno del 10%, solo in Belgio superano di poco questa soglia. I primi, gli imprenditori seriali, sono in Italia il 24% del totale degli startupper, il secondo invece sono il 6%. La percentuale di donne fondatrici di startup, pari all’11%, è leggermente superiore alla media.

A variare, anche se di poco, rispetto alle altre nazioni è la percentuale di di studenti imprenditori – ossia di persone che hanno iniziato il loro percorso di studi universitario meno di quattro anni prima della costituzione della propria impresa: questi sono meno del 5%, dato leggermente superiore rispetto a Francia e Spagna, ma meno che nelle altre startup nation: intorno all’8% Belgio, Usa e Gran Bretagna. Anche Israele è intorno a questa quota, mentre il Canada si colloca al 10%.
L’unico parametro che discosta l’Italia in maniera più netta dal resto del mondo è quello relativo ai cosiddetti “inventori”: ovvero coloro che detengono un brevetto prima della fondazione della startup. La percentuale italiana di fondatori che sono anche inventori di brevetti, pari al 3%, è significativamente inferiore a quella della maggior parte degli altri Paesi: a titolo di esempio, la percentuale è pari al 15% in Israele e al 13% negli Stati Uniti e in Svezia.

Cosa suggeriscono questi numeri? Secondo l’Ocse, il fatto che sia gli studenti che gli inventori di brevetti siano sottorappresentati tra i creatori di startup “può indicare una maggiore distanza tra gli istituti universitari e di ricerca italiani, da un lato, e le startup e l’imprenditorialità in generale, dall’altro”. Ma qualcosa si muove anche in questo ambito. Non è un caso infatti che per favorire il trasferimento tecnologico dell’innovazione, negli ultimi anni all’interno delle politiche di Industria 4.0 siano stati istituiti i cosiddetti Competence Center, enti pubblico-privati che dovrebbero agevolare il passaggio delle competenze da università a imprese per favorire la digitalizzazione.
I dati analizzati, continua l’Ocse, “suggeriscono che l’offerta di imprenditori innovativi non è molto diversa in Italia rispetto agli altri Paesi. Pertanto, l’esiguo numero di operazioni di venture capital in Italia sembra dipendere principalmente dalla mancanza di offerta di finanziamenti, piuttosto che da una mancanza di domanda in tal senso”. Anche su questo fronte, come P101 ha spesso  sottolineato, la situazione italiana sta evolvendosi.

Cresce il mercato del venture capital, cresce il numero di veicoli d’investimento – ad esempio, P101 ha lanciato a maggio 2018 il suo secondo fondo, Programma 102 – e c’è un intervento sempre più cospicuo anche da parte pubblica. Lo dimostra, tra gli altri, l’iniziativa congiunta di Cassa Depositi e Prestiti e Fondo Europei per gli Investimenti, che prende il nome di ITAtech: una piattaforma lanciata a dicembre 2016 con una dotazione inziale di 200 milioni di euro da utilizzare per il trasferimento tecnologico – ovvero per favorire, supportare, catalizzare e accelerare la commercializzazione della proprietà intellettuale ad elevato contenuto tecnologico e, più in generale, la traduzione dei risultati della ricerca in nuove idee d’impresa – e che ad oggi ha lanciato quattro fondi. Il futuro degli imprenditori italiani, insomma, è sempre più roseo.

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