Pier Giorgio Cozzi

 

   Che cosa dobbiamo pensare, noi semplici cittadini, noi così detti specialisti di comunicazione, del modo di informare e di comunicare (vorrei dire: di lavorare) di certo Stato e di certo parastato? La tentazione di rispondere: tutto il male possibile, è davvero difficile da negare. Sto parlando, in questo caso, di linguaggio ufficiale. Tralasciamo l’annoso irrisolto problema del politichese, parliamo della “qualità percepita” delle informazioni che il comune cittadino ricava dalla lettura di certi documenti delle predette istituzioni.

Faccio una premessa indispensabile: a proposito della Qualità ricordo qui una semplice quanto efficace formuletta

Q ≥ (q1 + q2): qp

dove q1 sta per qualità promessa e q2 per qualità erogate dall’offerta, qp per qualità percepita dalla domanda, cioè il cittadino utente consumatore, noi. Oggi, marketing e comunicazione parlano esplicitamente di questa come della qualità “vera”, quella che conta ai fini dell’immagine, della consapevolezza, della fidelizzazione e via discorrendo.

La comunicazione pubblica

Scrive su Internazionale del 15 maggio 2017 l’esperta di comunicazine Annamaria Testa: «Se qualcosa va storto a un politico, a un imprenditore, a chiunque abbia bisogno di ottenere consenso e gradimento, la scusa più semplice e disponibile sembra questa: “C’è stato un problema di comunicazione”. Come dire “gente, io ce l’ho messa tutta, ma è accaduto qualcosa al di fuori del mio controllo”. È una scusa. Non funziona così». Vero anche per quel che riguarda la forma, non solo i contenuti e il target.

Il ministero

Veniamo allora agli esempi, ripartiti secondo… classifica burocratica. Il Miur, il ministero della Istruzione, nel titolo del documento sul suo sito alla voce ‘Esami di Stato, secondo ciclo’, dedicato agli esami di maturità 2017 ha scritto: “Traccie di prove scritte”. Proprio così, con la i tra la c e la e. Sbertucciamento megagalattico sulla Rete, pronta correzione dell’errore da matita blu e spiegazione che rende il rattoppo peggiore dello strappo: “un errore di battitura”. No signori del Miur; un errore di ignoranza della grammatica italiana non meno che della tecnica di videoscrittura. Perché anche a voi come a me che scrivo questa nota, il pc segnala con l’apposita bisciolina rossa l’errore di scrittura. Qui bellamente ignorato da chi l’ha compiuto e da chi doveva correggerlo (leggasi supervisione, parola anch’essa appartenente alla nostra lingua, del mondo del lavoro in particolare). Questo per lo Stato.

La Regione

A livello intermedio: la Regione. Leggo, nel titolo del rapporto della Regione Toscana dedicato al turismo dell’Ambito 13 “Val di Cecina”, l’elenco dei comuni interessati dalle disposizioni di questo documento. Con mia sorpresa compare un Ripabella (PI) invece del corretto Riparbella, con la r. Anche qui ovvio: la brutta figura è conseguenza della mancata attenzione a ciò che scriviamo e non rileggiamo. L’assessore al turismo di Riparbella, una lodevole signora che ho avuto modo di conoscere intervistandola, e i quasi millecinquecento abitanti saranno orgogliosi di appartenere a un municipio che si chiama diversamente da quanto essi hanno sempre pensato letto e scritto.

Il Comune

Giacché siamo in tema di Comuni, ne conosco uno che nei bandi pubblicati, ancora nel 2017 sul suo sito mantiene l’ottocentesca formula: nome del comune, “lì” e data. Ho segnalato all’assessore alla Cultura il documento redatto ancora in forma giurassica; il Comune ha provveduto – con qualche riluttanza, mi dice l’assessore – a modificare il testo, adeguandolo ad un più aggiornato “il”, pleonastico in ogni caso.

Per concludere: che cosa pensare dunque di ministeri e amministrazioni pubbliche così sciatte nello scrivere ai loro cittadini? Ognuno risponda secondo propria percezione del concetto di “qualità” della comunicazione. Io, dal canto mio, quando per gli atti pubblici devo indicare alle istituzioni il mio cognome, prudentemente specifico: Cozzi, con la o.

Hai visto mai…