Pier Giorgio Cozzi – 

Dirò subito che quello che vado ad esprimere è un parere assolutamente personale e certamente impopolare; fuori dal coro, come si dice. Mi riferisco alla pressoché totale coincidenza dei commenti dei mezzi di informazione – dunque una questione di comunicazione – sul tragico rogo della Grenfell Tower che tra le altre sue vittime annovera anche una coppia di giovani architetti italiani, a Londra per lavoro perché l’Italia, non essendo in grado di procurarglielo (per il Corriere «il dramma di un Paese che non dà opportunità a tutti»), si farebbe scappare i suoi migliori talenti costringendoli a emigrare.

Un Paese, l’Italia, che di questi tempi addirittura può sembrare più sensibile ai problemi dell’immigrazione che a quelli che originano emigrazione tra i suoi figli.

Prima di ogni altro commento, dico che un lutto è un dolore. Grande. Sempre. Per chiunque e dovunque. Sopra tutto se conseguenza di una tragedia che si sarebbe potuto/dovuto evitare. Ciò che mi lascia perplesso, invece, è il lamento-denuncia di quest’emigrazione nel XXI secolo alla ricerca del lavoro. Interpretazione che, mi pare, rieccheggi argomentazioni non dissimili da quelle che certa storia e certa sociologia hanno adottato nei confronti della nostra emigrazione a cavallo dei due secoli scorsi, quella per capirci delle famiglie contadine numerose, della manovalanza non specializzata, delle valigie di cartone verso l’Europa continentale, Canada, Stati Uniti, America latina….

Le condizioni oggi sono molto cambiate, in meglio. E poi, diciamolo, abbiamo speso anni e talenti a illustrare gli aspetti positivi della globalizzazione: del mercato, incluso quello del lavoro; della necessità di una formazione professionale di stampo internazionale; della padronanza degli skill tecnologici… Adesso noi, dico noi gente del marketing, della comunicazione, della formazione, dei media, dell’Erasmus; noi del politicamente corretto che, contrari per principio ai “muri” sanciamo per legge la libera circolazione delle persone delle merci e delle professioni; noi che abbiamo sostenuto e continuiamo a sostenere che siamo (dobbiamo sentirci) cittadini del mondo; che – senza remore psicologiche e con una visione aperta del proprio futuro – il lavoro va cercato là dove esso si trova… adesso pensiamo che la tragedia è “la ricerca del lavoro all’estero” e non invece, ‘a prescindere’, la tragica fine di due vite giovani e ricche di speranza?

Che messaggio trasmettiamo ai nostri concittadini? Quello che dovrà essere sempre il sistema – leggètelo come volete: capitalismo selvaggio, stato assistenzialista, parassitismo burocratico, corporativismo sindacale e via elencando a strutturare un’ “offerta” lavorativa, a dover fare il necessario coerentemente con la “domanda”, con le aspettative, anche quelle… territoriali, dei lavoratori?

Recentemente durante una conferenza ho conosciuto un signore di Varzi avanti con gli anni che mi ha raccontato di quando, funzionario presso un istituto di credito milanese, tutte le mattine all’alba, sino al suo pensionamento, andava in auto da casa a Voghera (la ferrovia Voghera–Varzi fu soppressa nel 1966) e da qui treno fino a Milano, poi mezzi pubblici e gambe fino in centro città. A pomeriggio inoltrato, percorso inverso sino a casa. Interrogato sul punto, egli considera tuttora il pendolarismo quotidiano, ovvero il recarsi là dove il lavoro dà di che vivere, una necessità scomoda ma “fisiologica”.

Casi simili ce n’è migliaia: penso ai numerosi contrattisti italiani delle più svariate professioni (finanza, credito, sanità, assicurazioni, turismo ecc.) che operano in Francia, Gran Bretagna, Germania; in Belgio all’Ue di Bruxelles e in Francia Strasburgo. Penso al postfatore del mio libro sul lobbismo, docente all’università di Coimbra. A Enrico Letta professore a Parigi: «Insegno a Sciences-Po ma non sono un esule». Penso anche a gente meno “famosa”. Ai miei cugini di Torino, per esempio; uno  s’è guadagnato l’incarico di docente di informatica al Mit di Boston e passa la sua vita più di là che di qua dell’Atlantico, l’altro, biologo naturalista passato dalla Baja California alla Cornovaglia, quindi a Lipsia dove il lavoro di ricercatore gli offre una opportunità d’impiego faticosamente cercato (nessuno regala nulla, nemmeno l’Ispra di Varese, sede a cui aveva puntato per concorso), e a tanti come loro… Tutta gente che non trova penalizzante lavorare all’estero. Quella gente che D’Avossa nel suo libro sugli italiani nel mondo considera perfino “l’Italia migliore”.

Un giorno un noto professionista parigino, Marcel Valtat, collega di relazioni pubbliche e public affairs, mi spiegò che «il faut gagner la vie sans la perdre». Vero. Per questo anch’io piango la morte di Gloria, 27 anni, e di Marco, 28. Architetti. Vittime di un incendio maledetto. Non del lavoro all’estero.