Da Capex a Opex: il Cloud e la sua evoluzione negli ultimi anni

A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba S.p.A.

 

 

Fino a qualche anno fa, la maggior parte delle aziende non aveva una vera e propria scelta quando si parlava di IT: si decideva di costruire un’infrastuttura internamente perché rappresentava fondamentalmente l’unica possibilità,  sia per disponibilità dell’hardware, sia per via del personale necessario. Le motivazioni erano diverse, dai problemi di banda larga alla mancanza di tecnologie mature, fino all’assenza di standard sul mercato o al forte tradizionalismo tecnico che faceva sentire più sicuri e meno esposti.

Oggi con le soluzioni cloud l’alternativa a questo modello “on premise” è finalmente credibile, praticabile ed economicamente accessibile: il cloud rappresenta l’IT sotto forma di commodity, non più Capex – Capital Expenditure – una spesa che contempla il rischio di sbagliare, ma Opex – Operating Expense – un costo necessario, perfettamente aderente alle reali esigenze del business.

Quando la crisi del 2008 ha spaventato molte aziende e costretto a fare un po’ di spending review, il cloud ha rappresentato una soluzione per tagliare alcuni costi improduttivi, risultando l’approccio più conveniente all’IT con una resa positiva e risultati efficienti. Gradualmente, è poi avvenuto un passaggio fondamentale, poichè ha iniziato a cambiare il concetto stesso di “cloud” – o meglio, il modo in cui gli altri si rapportavano a quel concetto. Il cloud ha iniziato ad essere considerato non più come elemento bloccante o rallentante, ma fattore di accelerazione e facilitazione del proprio business.

Da allora, la consapevolezza delle potenzialità di questo servizio ha fatto un incredibile balzo in avanti, arrivando oggi a rappresentare la scelta dettata dalla soluzione “migliore” invece che da quella più “economica”, superando tutti i dubbi e le incertezze dovute all’abbandono dell’IT tradizionale.

E’ importante, però, sottolineare che il cloud è una tra le tante soluzioni possibili e, proprio grazie alle sue caratteristiche sartoriali è essenziale valutarlo, caso per caso. A seconda del business di riferimento, delle esigenze di gestione e outsourcing, anche la colocation o le infrastrutture fisiche dedicate – gestite e non – possono avere senso in determinati ambiti.

Il compito del provider è infatti anche quello di integrare il cloud sapientemente con altri tipi di soluzioni ed approcci, in modo da tirare fuori il meglio da ognuno di essi. L’obiettivo per chi fornisce cloud e sviluppa architetture in cloud deve rimanere sempre quello di nascondere la complessità di queste progettazioni al cliente finale, che invece deve preoccuparsi solo ed esclusivamente del suo core business, senza farsi carico dell’IT.

Il 2017, ad esempio, è stato l’anno del cloud ibrido, con tantissime richieste di soluzioni miste di cloud privato e infrastruttura fisica, sia on premise che nei data center. Il 2018 continua a vedere un incremento del +28% di richieste di Cloud Ibrido e Pubblico, e quello che si osserva è una forte attenzione verso le soluzioni di Disaster Recovery, Business Continuity e Backup su piattaforme in cloud.  Un’impennata di richieste da ricondursi anche al GDPR, che prevede la protezione del dato fin dalla progettazione dell’infrastruttura, by design appunto – motivo per cui diventa indispensabile avere soluzioni di DR affidabili e sicure.

Ad oggi le infrastrutture 100% fisiche sono diventate una rarità. Chi aveva infrastrutture dedicate si sta preparando, attraverso roadmap di legacy transformation, a poter integrare in modo fluido processi flessibili e automatici alla base del cloud computing. Inoltre, si sta continuando a lavorare alla definizione della “cloud enabling infrastructure”, cioè l’insieme dei processi e dei componenti che interessano l’ambito infrastrutturale, applicativo e d’interazione degli utenti aziendali con le piattaforme IT.

Il concetto di cloud si è trasformato tante volte nel corso degli anni e continuerà a farlo. Allo stesso modo, la fruizione del cloud continuerà a cambiare a seconda dell’azienda che ne farà richiesta, ma ciò che resterà immutata è la sua funzione primaria: il cloud deve aiutare l’azienda ad espandersi facilmente e al contempo garantire la sicurezza e la privacy dei dati. Risulta, dunque, essenziale affidarsi a provider di soluzioni infrastrutturali che sappiano dare il giusto consiglio e la massima garanzia a ogni azienda cliente, così da supportarne realmente la crescita.

 

 

Gruppo Aruba

Aruba S.p.A., fondata nel 1994, è la prima società in Italia per i servizi di data center, web hosting, e-mail, PEC e registrazione domini e possiede una grande esperienza nella realizzazione e gestione di data center, disponendo di un network attivo a livello europeo: oltre ai data center proprietari – 3 già attivi in Italia ed uno in arrivo entro il 2020, più un altro in Repubblica Ceca – ulteriori strutture partner sono in Francia, Germania, UK e Polonia. La società gestisce oltre 2 milioni di domini, più di 7 milioni di caselle e-mail, oltre 5 milioni di caselle PEC, oltre 130.000 tra server fisici e virtuali ed un totale di oltre 4,7 milioni di clienti. E’ attiva sui principali mercati europei quali Francia, Inghilterra e Germania e vanta la leadership in Repubblica Ceca e Slovacca ed una presenza consolidata in Polonia ed Ungheria. In aggiunta ai servizi di web hosting, fornisce anche servizi di server dedicati, housing e colocation, servizi managed, firma digitale, conservazione sostitutiva e produzione di smart-card. Dal 2011 ha ampliato la sua offerta con servizi Cloud e nel 2014 è diventata Registro ufficiale della prestigiosa estensione “.cloud”. I Data Center di Aruba sono in grado di ospitare oltre 200.000 server. Per ulteriori informazioni: www.aruba.it, www.cloud.it.

 

 

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