di Pier Giorgio Cozzi

 

Marketing dell’orrore. O, al contrario, un ‘orrore’ di marketing (e di comunicazione)?

Questo pezzo – volutamente provocatorio – vorrebbe essere un invito a fare alcune riflessioni sull’elemento finale del ciclo di vita di un prodotto da sempre di larghissima diffusione, la vita medesima. Per alleggerire, introducendolo, l’argomento della morte, e per evidenziare la sua  coerenza con temi di marketing e comunicazione, richiamo Jack il cieco il sonetto di Masters “… c’è qui un cieco dalla fronte grande e bianca come una nuvola. E tutti noi suonatori, dal più grande al più umile, scrittori di musica e narratori di storie, ci sediamo ai suoi piedi per sentirlo cantare della caduta di Troia”.

Come dire: il problema non è nuovo. Volendo per altro, come è ovvio, tenermi scaramanticamente lontano il più possibile dalla mia “Samarcanda, cavallo oh oh…”, non posso tuttavia non notare che il fenomeno più naturale che ci sia, la “morte”, viene affrontato – in chiave di marketing e di comunicazione – con impressionante superficialità, modalità differenti e talvolta sconcertanti anche da noi ‘scrittori di musica e narratori di storie’.

Cambia il marketing

Da qualche anno a questa parte, il marketing ha scoperto il valore mediale del racconto, la storia, quella che alcuni autori specializzati definiscono la fiction economy. “Tutte le palle del marketing” è il titolo di un fortunato libro di Seth Godin, in cui l’autore sostiene che: “Gli operatori di mercato possono conseguire buoni profitti a condizione che il consumatore acquisti qualcosa che soddisfi non un suo bisogno, bensì un suo desiderio. I bisogni sono pratici e oggettivi, i desideri sono irrazionali e soggettivi. Qualunque cosa si venda – alle aziende e ai singoli consumatori – la garanzia di crescita viene solo dal soddisfacimento dei desideri e non dei bisogni, fermo restando, naturalmente, che il prodotto deve veramente soddisfare il desiderio e non solo pretendere di farlo”. Se  non ci sono bisogni da soddisfare, non resta che acquistare ciò che si desidera. I consumatori acquistano cose che desiderano per la sensazione che queste suscitano in loro. Perché, di fatto, essi ascoltano e acquistano una ‘storia’”. Per contro, già Gilbert Keith Chesterton sosteneva che: “Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già sanno che esistono. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi”. Veniamo a noi.

Pubblicità choc

Salvereste un topo o vostro figlio? È il messaggio che la campagna pro-esperimenti di vivisezione animale ResearchSave, ideata da una potente fondazione americana (Foundation for Biomedical Research) e lanciata, qualche tempo fa, in trenta Paesi del mondo tra cui l’Italia che, per aumentare il sostegno internazionale alla ricerca medica e scientifica con modelli animali, si serve delle affissioni: un ratto bianco guarda una bambina e le dice: “Un giorno ti potrei salvare la vita” (nella versione Usa il messaggio è ancora più esplicito: “Chi vorresti vedere vivo?”) .

Todos caballeros?

Purtroppo negli ultimi anni, alcuni giovani atleti italiani e stranieri: motociclisti, calciatori, pallavolisti per citare i più… celebrati, sono mancati sul campo di gara, nell’esercizio cioè della loro attività professionale. In queste occasioni i mass media hanno dato un risalto enorme alla notizia: aperture e lungo minutaggio dei telegiornali, per più giorni, paginate intere sugli organi di informazione quotidiana oltre che, comprensibilmente, sui giornali ’sportivi’. Nel triste caso del decesso di uno sfortunato giovane calciatore, l’intero mondo del pallone nazionale ha partecipato in blocco, aggregando attorno al doloroso fatto il partecipato cordoglio di un’intera nazione.

Ancora una cosa triste: negli ultimi anni un numero non esiguo di imprenditori, oppressi da tasse, burocrazia e latitanza di fidi bancari, si sono tolti la vita; per la disperazione, per vergogna, per l’incapacità di superare la distruzione economica della propria creatura, l’azienda.

Ma il dolore per questi fatti ha trovato nell’opinione pubblica una eco più modesta.

Una perla d’uomo

E poi c’è chi, col merchandising del caro estinto, ci campa. Sentite qua. In numerosi Paesi del mondo, com’è noto, il passo successivo alla cremazione di un proprio caro è la conservazione delle sue ceneri in un’urna, sovente conservata in casa. A rendere tangibile questo aforisma è comparsa tempo fa una azienda sudcoreana che ha scoperto un metodo per trasformare le ceneri dei morti in palline di varie tonalità di colore, somiglianti a perle, e che i dolenti possono indossare come collane o braccialetti. A proposito dell’inconsueta pensata, il presidente della azienda ha così commentato la specialità della ditta: “Abbiamo ricevuto numerose proteste, ma io credo che questa sia un’iniziativa consolante”. Le ceneri del defunto vengono nuovamente bruciate a 2.000 gradi C, processo mediante il quale si trasformano in un materiale malleabile e similvetroso, che può assumere appunto la forma di perla.

Chi non sapesse dove mettere le ceneri dei propri cari, adesso ha un… suggerimento.

E allora, cari amici esperti di marketing e di comunicazione, possiamo fare di meglio?