Di Ugo Perugini

Un argomento che meriterebbe maggiore attenzione e forse una focalizzazione particolare anche nei corsi di formazione e aggiornamento dei responsabili del personale, è quello della motivazione dei collaboratori, specie in tempo di crisi.

Nei momenti di crisi economica bisogna porre ancora più attenzione al morale dei collaboratori delle proprie aziende. E per morale intendo naturalmente il livello di motivazione delle persone. Cioè, la capacità di affrontare con ottimismo, slancio, creatività il proprio lavoro, non limitandosi a considerarlo una semplice fonte di guadagno ma anche un mezzo per crescere e autorealizzarsi sul piano personale e professionale.

E, invece, si nota sempre più spesso come i responsabili delle risorse umane di imprese, piccole o grandi che siano, quando in giro c’è aria di crisi, quasi per “riflesso condizionato”, dedicano molta minore attenzione a questo aspetto. Il motivo? E’ semplice, anche se tutt’altro che condivisibile. Nei momenti di congiuntura economica particolarmente difficile, con un mercato del lavoro stagnante, non c’è pericolo che i dipendenti lascino il proprio posto di lavoro sicuro per cercare altri lidi. E, quindi, visto che non si corre il rischio di defezioni, che necessità c’è di curare l’aspetto “motivante e incentivante” del rapporto di lavoro? Ragionamento sbagliatissimo…

Sbagliato, soprattutto perché parte dal presupposto che i collaboratori più che persone siano automi, macchine per nulla influenzabili dal clima di depressione sociale che si respira ovunque. Credete proprio che i diversi interventi messi in atto dalle varie aziende per migliorare la competitività, o per evitare il rischio di “chiusura”, come l’aumento delle ore di straordinario, l’impiego di lavoratori temporanei, le operazioni di ristrutturazione, ridimensionamento, licenziamento e di outsourcing, pur non coinvolgendoli direttamente passino sulle loro teste senza lasciare alcuna traccia? No, naturalmente!

D’accordo. Non siete crocerossine e questi problemi non vi toccano. Ma, allora, pensate piuttosto al fatturato della vostra azienda, ai problemi di produttività, alle prestazioni dei vostri collaboratori. Un dipendente soddisfatto e tranquillo è un dipendente produttivo ma chi vive, seppure di riflesso, in un clima generale di incertezza, e l’azienda non fa nulla per stimolarlo, non potrà che riversare sulla propria attività questo atteggiamento negativo con risultati deleteri sia in termini di efficienza lavorativa che dal punto di vista del clima generale delle organizzazioni.

Quando il morale è basso è molto probabile che anche l’impegno nel lavoro cali percettibilmente e la qualità delle prestazioni subisca pesanti ridimensionamenti. Se si cominciano a sentir circolare certe espressioni sintomatiche come: “Ma chi me lo fa fare di impegnarmi troppo?”, oppure, peggio ancora, “Non sono tenuto a farlo, non è il mio compito” vuol dire che ci siete dentro fino al collo. E che il malessere, prima isolato, sta diventando una vera e propria epidemia e bisogna correre ai ripari al più presto. Epidemie di questo tipo, infatti, si trasmettono con incredibile rapidità e vanno a inficiare gravemente le fondamenta anche delle aziende più solide, danneggiando la cultura aziendale in modo subdolo e malsano.

Qualsiasi cedimento sul piano della motivazione delle risorse umane viene pagata cara dall’impresa. E il conto, magari, arriva proprio quando il mercato si riprende e sarebbe necessario sfruttare tutte le opportunità di business che si presentano. Ricordatevi bene che dipendenti scarsamente motivati, saranno anche scarsamente reattivi, faranno fatica a ritrovare i “giusti ritmi” all’occorrenza e, non appena avranno l’opportunità, faranno di tutto per andarsene verso “altri lidi”. Quindi occhio al morale dei collaboratori e “sursum corda!”