Di Ugo Perugini

La concentrazione è la capacità di lavorare su un determinato problema o obiettivo, senza essere distratti o in qualche modo condizionati né dall’ambiente esterno, cioè dalle persone che vivono intorno a noi e dal cosiddetto “rumore di fondo”, né dall’ambiente interno, cioè dai sentimenti o dai pensieri che non hanno nulla a che vedere con l’attività che intendiamo svolgere.

La concentrazione non è una dote innata.Ci si può formare. Può essere coltivata e sviluppata. Cercheremo di fornirvi tre suggerimenti che hanno lo scopo di accrescere le abilità che vi consentiranno di ottenere una buona capacità di concentrazione, di incrementarla nel tempo e, soprattutto, di fare in modo che diventi un vero e proprio habitus mentale, al quale ricorrere con sicurezza ogni volta che ne avete bisogno.

Anzitutto, occorre partire dalla quasi ovvia constatazione che una persona si concentra più facilmente se l’argomento sul quale converge la propria attenzione lo interessa sul serio.

Minore è l’interesse, minore sarà la capacità di concentrarsi e mantenere l’attenzione viva e fissa abbastanza a lungo per ottenere risultati soddisfacenti. In questo caso, quindi, uno dei primi passi è cercare di conoscere a fondo se stessi, i propri desideri, le proprie passioni, ma anche i propri impegni e comportarsi al riguardo in modo coerente. A Vittorio Alfieri, sarebbero servite a ben poco le corde con le quali si faceva legare a una sedia per studiare e scrivere, se non avesse avuto una forte motivazione interna a farlo.

Altro passo importante è capire quali sono le circostanze che rappresentano la causa più frequente della nostra distrazione e disattenzione e, dopo averle individuate, trovare i sistemi adeguati per tenerle a distanza di sicurezza in modo che non creino problemi. Le distrazioni provenienti dall’ambiente esterno sono tutto sommato abbastanza ben individuabili. Se il telefono squilla in continuazione è meglio inserire la segreteria telefonica. Se la posta elettronica segnala l’arrivo di e-mail, bisogna evitare di cadere nella tentazione di aprirle: è preferibile, quindi, chiudere la funzione della posta. Se i vostri colleghi o collaboratori hanno l’abitudine di entrare nel vostro ufficio, è meglio avvertirli che per un certo periodo di tempo volete essere lasciati tranquilli.

Un po’ più complicato è cercare di tenere a bada le distrazioni che provengono dall’ambiente interno, cioè dai vostri pensieri. Alcune sensazioni fisiche, come fame e stanchezza, possono essere controllate, intervenendo semplicemente alla radice del problema: riempire lo stomaco con moderazione e riposare o, per lo meno, rilassarsi, prima di mettersi al lavoro. Se ci sono preoccupazioni che scaturiscono da problemi irrisolti e ai quali non è possibile trovare una soluzione adeguata in tempo, meglio metterli temporaneamente “tra parentesi”. Evitate di reprimerli ma accettateli prima di allontanarli lentamente da voi. Non è facile, ma vi sono diverse tecniche – da quelle respiratorie, alla meditazione, all’autosuggestione, che qui non è il caso di affrontare – utili a circoscrivere e isolare mentalmente i “chiodi fissi” che vi tormentano, lasciando che essi, almeno temporaneamente, non abbiano alcun effetto su di voi. Se, durante la vostra attività, sopraggiungono altri pensieri o idee che non hanno nulla a che vedere con ciò che state facendo, non respingeteli, piuttosto, annotateli su qualche notes, con il proposito di tornarci in un secondo momento.

Ci sono diverse idee circa la durata della concentrazione. Alcuni sostengono che si possa restare concentrati al massimo 20 minuti, poi è necessario in qualche modo “staccare”. Altri ritengono che si possa arrivare fino a 40 minuti e oltre. Quel che è certo è che in ogni caso per riuscirci occorre una valida motivazione. Se questa manca, l’impresa rischia di diventare davvero ardua. Allora, occorre “rivitalizzare” il nostro lavoro, trovarvi spunti di interesse nuovi. Tutto naturalmente dipende dal tipo di attività che dobbiamo affrontare: questo rende difficile dare suggerimenti generalizzati. Una proposta, però, è quella di sollecitare il nostro spirito critico. Se si tratta di un testo, cercare di analizzarlo a fondo, sottolineando i punti-chiave, evidenziandoli, cercando di arrivare al nocciolo della questione, ponendosi continuamente delle domande, “stressando” il testo il più possibile. Se si tratta di un programma da realizzare, cercare di suddividerlo in varie fasi, in momenti successivi e gestibili, per poterne avere il miglior controllo possibile. Insomma, ogni lavoro perché sia più interessante è necessario che venga “caricato” della nostra energia, della nostra volontà, della nostra passione, eventualmente anche della nostra rabbia. Altrimenti, se resta inerte e amorfo non ci darà nessuno stimolo.

Ma, a un certo punto, ci renderemo conto che non ce la facciamo più. Che non riusciamo più a tenere concentrato il nostro pensiero. Che qualsiasi cosa contribuisce a “distrarci”. Questo significa che è arrivato il momento di “staccare”. Non siamo macchine, la nostra resistenza è limitata. Il suggerimento è, ad esempio, fare una passeggiata. Sarà il sistema più efficace per liberare la mente, accompagnando la camminata, possibilmente a passo svelto, con una profonda respirazione. Oppure, se volete prendere solo una breve pausa, basterà alzarsi in piedi, muoversi per la stanza, pensando ad altro oppure cambiare il proprio “focus” di interesse, magari dedicandosi temporaneamente a cose più rilassanti e meno impegnative.

Il problema di qualsiasi miglioramento che riguarda il nostro modo di agire quotidiano è indissolubilmente legato all’acquisizione di buone abitudini. Questo significa, anzitutto, liberarsi di quelle meno buone. E per farlo occorre un vero e proprio esercizio che va appreso, praticato e sviluppato. Per arrivare a ottenere qualche risultato bisogna partire da un esame interiore che può essere stimolato da una serie di domande alle quali occorre rispondere in modo sincero e corretto.

Per rispondere a queste domande c’è un solo modo. Monitorarsi. Parola piuttosto brutta ma che significa registrare, in diverse circostanze, l’ora di inizio di un’attività, ad esempio la lettura, e il momento in cui la mente perde la concentrazione, travolta da altri pensieri o interessi. In questo modo, sarà possibile misurare in termini di tempo la propria capacità di rimanere concentrati, cosa che potrà tornarci utile per verificare se in futuro saremmo stati in grado di migliorarci.

Anche in questo caso, bisogna imparare a osservarsi. Non a caso gli antichi greci sul tempio dell’oracolo di Delfi avevano messo il motto: “Conosci te stesso!”. E se saremo stati attenti, potremmo riuscire a capire in quali ore della giornata il nostro rendimento in termini di concentrazione risulta decisamente più brillante (ad esempio, la mattina presto, “a mente fresca”?) oppure i momenti in cui vi sono meno occasioni di distrazione. Una volta individuato il periodo per noi più proficuo, occorre verificare se ciò è vero e se il risultato, alla fine, è davvero soddisfacente.

In questo caso, entrano in gioco molti fattori personali, spesso diversi da persona a persona. Ad esempio, qualcuno può concentrarsi più facilmente di fronte a una scrivania in ordine, oppure quando il proprio tavolo di lavoro gode di una buona illuminazione, o, ancora, se in sottofondo è possibile ascoltare qualche brano musicale. In ogni caso, è evidente che l’ambiente nel quale si lavora deve sempre essere accogliente e l’atmosfera intorno a noi altrettanto favorevole. Un clima di tensione non favorisce la concentrazione. L’assillo di dover consegnare un lavoro entro un determinato e circoscritto periodo di tempo nemmeno.

Per concludere, possiamo dire che la concentrazione la si può raggiungere facilmente solo se lavoriamo con serietà, correttezza e senso di responsabilità. Se mancano tali presupposti, anche questo esercizio mentale finisce per diventare una pesante e fastidiosa incombenza.