di  Ugo Perugini

 

Per le aziende l’obiettivo più importante è sempre il profitto? O è meglio valorizzare le risorse umane di cui dispone: il bene comune.

Si è sempre parlato molto delle imprese analizzando alcuni aspetti del lavoro: quello personale e quello aziendale che per sintesi rappresentiamo sotto forma di due domande.
Come mai chi lavora spesso non sente il bisogno di misurarsi con i risultati che ottiene e di provare a migliorare? Perché tante aziende fanno poco per sostenere lo sviluppo del talento individuale dei propri collaboratori?
Nella riflessione su questi quesiti è possibile individuare la possibile soluzione della crisi dei nostri tempi. Crisi che è frutto di scelte mancate in cui la pigrizia, o meglio ancora l’accidia, hanno giocato un ruolo di primo piano. Il rischio, infatti, è che la persona raggiunta una certa sicurezza veda in questo risultato l’approdo finale e non colga l’esistenza e l’importanza di altri beni meno appariscenti ma più appaganti e duraturi che possono darle un senso autentico.
Sempre più in futuro ci sarà bisogno di persone, oltre che competenti, anche motivate, a cui non basterà la sicurezza o il fatto di godere di certi privilegi ma vorranno aspirare a qualcosa di più. Chi lavora ha bisogno di un sogno e di una meta più alta per dare forza alle idee e alle soluzioni.

Analizzare le parole dal punto di vista etimologico, e andare all’origine del loro senso ultimo, aiuta a comprendere meglio i termini del discorso. Esistono anche  personaggi del passato e del presente portatori di grandi valori e ideali che suggeriscono la strada da seguire. Si va da Aristotele a San Benedetto, da Cassiano alle encicliche papali, fino ai contemporanei, dal teologo Vito Mancuso, ad Adriano Olivetti ecc.

Cosa fare per rendere il proprio lavoro un momento cardine della vita e dell’impresa, un luogo di prosperità e sviluppo sociale? Lo scenario che abbiamo dinanzi non è positivo: molti giovani non studiano né lavorano. Sono ricchi di cose ma poveri di speranza, visto che la nostra società ha sovra-investito sul confort, sul consumo e sotto- investito in idee stimolanti.
Ma anche le imprese hanno molto deluso le aspettative. Per troppo tempo si è permesso che la scienza economica diventasse una realtà in parte avulsa dalla società civile, governata da leggi proprie con l’illusione che potesse autoregolarsi. Per troppo tempo abbiamo creduto il mondo dell’impresa un mondo fine a se stesso e non un mezzo importantissimo al servizio della società e delle persone per raggiungere ben altri fini.
Di qui la necessità , indispensabile, di rimettere al centro del lavoro di un’azienda la persona, valorizzando il principio di responsabilità individuale. E’ un discorso utopico? Potrebbe apparire così, ma la speranza è che non solo siano auspicabili ma anche possibili.

Per arrivare a una “comunità organizzata” occorrono ascolto, dialogo, feedback, che, grazie alla responsabilità e alla fiducia reciproca, portano come risultati concreti la coesione, la motivazione, la capacità di produrre idee e di innovare. C’è un termine che oggi è molto in uso per definire il comportamento delle imprese attento al “bene comune”: responsabilità sociale. Ma rischia di essere un obiettivo astratto se le aziende anziché farne un uso strategico lo intendono solo come scelta filantropica o di marketing.
Di strada, è evidente, ce n’è ancora da fare.