Pier Giorgio Cozzi

 

È passato un secolo dalla conclusione della prima tragedia mondiale costata milioni di vittime, la Grande Guerra come vollero chiamarla. Il centenario è stato occasione per celebrazioni: il 2017 in ricordo di Caporetto e i Ragazzi del ’99; quest’anno di Vittorio Veneto, della vittoria italiana. C’è un aspetto… storico di quell’evento che noi, oggi, conosciamo poco: il travaso nella nostra vita quotidiana di neologismi nati durante gli anni delle battaglie. Parole che usiamo abitualmente e che qui riassumiamo per curiosità.

La più nota di queste parole è certamente Caporetto, che utilizziamo col significato di “sconfitta irreparabile”“disfatta”, “tracollo” e che oggi ritroviamo sopra tutto nelle cronache sportive; Caporetto, per il vero, fu una ritirata militare con aspetti di “rotta” civile. Dello stesso periodo utilizziamo tuttora “cecchino” per indicare il tiratore scelto armato di fucile, o di voto se agisce alla Camera o al Senato, in alternativa a ”franco tiratore”. Cecchino era il nomignolo con cui i lombardi del Milanese indicavano Cecco Beppe, Francesco Giuseppe imperatore dell’Austria allora dominante.

Sempre restando in campo bellico, anche “crucchi” con cui ironicamente gli italiani designano i tedeschi risale alla Grande Guerra; con questa parola i nostri soldati indicavano gli slavi fatti prigionieri che, affamati, nella loro lingua imploravano kruk, pane.

Anche il “menefreghismo” nasce sui campi di battaglia: sembra che il motto sia stato ripreso da un discorso avvenuto il 15 giugno 1918 a Giavera del Montello tra il capitano Zaninelli e il maggiore Freguglia, suo comandante durante la ‘battaglia del solstizio’ (giugno 1918). Freguglia chiamò Zaninelli e gli disse che con la sua compagnia doveva attaccare un caposaldo austriaco a Casa Bianca; Freguglia aggiunse che era una missione suicida, ma che andava portata a termine ad ogni costo. Zaninelli guardò Freguglia e rispose: “Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria”. Si vestì a festa e andò incontro alla morte. Ora Casa Bianca si chiama Casa Zaninelli proprio in suo onore. In seguito, il motto “me ne frego!” fu ripreso dagli Arditi e poi dai legionari fiumani di D’Annunzio.

“Rompiscatole” pure è un portato del fronte di battaglia; prima di lanciarsi all’assalto al grido di «avanti, Savoja!», gli ufficiali ordinavano ai soldati di rompere le scatolette di cartone contenenti i proiettili e prelevarne i caricatori per armare i fucili; un segnale inequivocabile di morte quasi certa per chi avrebbe affrontato la… terra di nessuno (anche questa è locuzione bellica, non c’era prima delle guerre di trincea).

Anche avere “le palle girate”, come spesso ci capita di fronte alle inevitabili contrarietà quotidiane viene da quel conflitto di cent’anni fa. Si riferisce alla pratica, vietata dalla Convenzione di Ginevra, di togliere il proiettile dal suo bossolo e reinserirvelo a rovescio; la pallottola così congegnata, priva della sua incamiciatura di piombo o di ottone, all’impatto provocava nell’avversario ferite devastanti, una specie di quello che noi oggi definiamo effetto dum dum.