di Antonella Lucato

 

Fiutare le trappole evita di prestare il fianco ai provocatori.

Il livello di sopportazione ad una provocazione è personale, dipende dal carattere ma anche da quanto si è allenati a padroneggiare le proprie emozioni, dall’ importanza che diamo  all’interlocutore e dalla valutazione della situazione.

Una tattica, frequentemente usata e facile da osservare in certi talk show, prevede  che il provocatore spari, dritta in faccia al suo interlocutore, una provocazione che scatena una lite per poi dichiarare di essere stato aggredito, far la parte della vittima e dare la colpa all’altro. E poiché lo fa con intenzione  si premura di circondarsi di persone che confermino la sua versione.

Come un vampiro,  il provocatore succhia  l’energia del provocato e la usa a suo vantaggio,  ribaltando a suo favore le situazioni.  Vuole l’attenzione del suo bersaglio,  reagire quindi alla provocazione equivale a cadere nella sua trappola  ed è rischioso quando il livello di aggressività aumenta a tal punto da trascendere in violenza verbale, emotiva o psicologica.

La vittima  prescelta  spesso è una persona sensibile, con una bassa propensione all’aggressione, non di rado ha qualità di cui il  provocatore è segretamente invidioso e le usa come fossero vulnerabilità da sfruttare.

Temere conseguenze, ripercussioni e di dover subire una violenza peggiore se si reagisce porta la vittima a tacere,  se il provocatore fiuta  questa paura,  la userà per la sua opera  persecutoria.   Star zitti di fronte ad un attacco  è controproducente  se viene scambiato per debolezza e passività ma non rispondere ad una provocazione non significa solo subirla passivamente.

Non si possono eliminare tutti i provocatori ma si può  imparare qualche strategia di difesa.

Osservare il linguaggio non-verbale dell’interlocutore e le circostanze ricordando che agire è diverso  da reagire.  Già Aristotele suggeriva di evitare di mettersi a discutere con il primo venuto o con gente che parla  tanto per parlare.   Nelle “Confutazioni sofistiche” classificò le false argomentazioni ‘paralogismi’,confutazioni apparenti’, usate da sofisti  e dialettici disonesti per ingannare gli interlocutori nei dibattiti e accreditarsi come sapienti.

L’aggressività, spesso è confusa  con la forza, chi fa la voce grossa  s’impone e viene talvolta tenuto più in considerazione di chi ha un’attitudine più mite.  Solo chi è interiormente forte sa padroneggiare le sue emozioni e gestire le sue  reazioni, sa essere assertivo e autorevole e non ha bisogno di aggredire e provocare.

Quando non è codardia ma una scelta libera e consapevole,  non reagire ad una provocazione, punge il provocatore che, non trovando soddisfazione, perderà  interesse e cercherà qualcun altro da far cadere nella sua rete.

Non c’è una ricetta di comportamento adatta a tutti e in ogni occasione, essere provocati nell’ambito del lavoro è diverso che nel privato  ma saper mantenere padronanza e calma è  la cosa migliore.  Un provocatore ignorato  potrà reagire rafforzando la dose  ma far tornare al mittente la  provocazione è una grande soddisfazione.