Di Ugo Perugini*

Passato qualche giorno dalla fine del Campionato europeo di calcio, anche i neofiti capiscono che le nazionali che giocano bene e ottengono risultati positivi sono quelle che, anche se prive di campioni, sanno fare squadra, sono unite e hanno forti motivazioni.

Insomma, si capisce che in ogni gioco (come nella vita) non si può fare a meno delle motivazioni e che i risultati migliori si ottengono lavorando insieme.

In un mondo sempre più orientato all’individualismo, si è capito che quando il risultato deve essere raggiunto da un gruppo, questo deve elaborare una strategia in grado di favorire la collaborazione più armonica possibile di tutti gli elementi che ne fanno parte. Chi ragiona da solista o da egoista in una squadra ha molte meno possibilità di riuscita, si affida al caso, all’estro del momento ma alla lunga i risultati non arrivano.

Altra considerazione. La differenza tra tecnica e tattica. La tecnica è legata ai singoli, all’abilità, alla professionalità di ognuno. Deve esserci. Ma è data per scontata, essendo solamente uno strumento. Quello che conta è la tattica che permette di mettere in evidenza i pregi dei componenti del team e nascondere i loro difetti, e, contemporaneamente, sottolineare i difetti dell’avversario e neutralizzare i suoi pregi.

Quindi, la tattica è il valore aggiunto del giocare in una squadra perché anche se un giocatore è bravissimo ha comunque sempre dei limiti (nessuno è perfetto), e tramite il gioco collettivo si riesce a far emergere il meglio di ognuno, sopperendo ai suoi difetti con le doti di un altro. Un gioco di squadra che non punti a questa strategia applica una metodologia sbagliata.

Come legare un giocatore alla squadra?

E’ fondamentale lo spirito di gruppo ma non servono motivazioni ideali elevate. Servono criteri più utilitaristici e pragmatici: il giocatore deve comprendere che gli conviene – è nel suo stesso interesse – fare il gioco di squadra (rinunciando se necessario ad exploit individuali), traendo i maggiori benefici personali giocando insieme a compagni che minimizzino i suoi difetti ed esaltino invece i suoi pregi. La costruzione di una squadra parte dall’avere chiaro l’obiettivo da raggiungere, avere un gioco ben delineato, conosciuto da tutti.

La metodologia, lo stile di lavoro e di gioco, devono essere chiari a tutti, e non soltanto al Mister. Concepire il gioco di squadra secondo il principio: “Io studio a tavolino la tattica, loro devono eseguire i movimenti” è sbagliato. Le vere squadre non sono così. Il ruolo dell’allenatore consiste nel saper costruire un gioco plasmando la squadra in base alle caratteristiche intrinseche di ciascun giocatore, in collaborazione con i giocatori.

Un buon allenatore è chi riesce a far muovere un giocatore secondo le proprie intenzioni, ma il massimo risultato sarà quando i giocatori sapranno muoversi per conto loro in base a quanto hanno recepito negli allenamenti tecnico-tattici.

L’ideale assoluto, che come tale non è mai raggiungibile, viene nel momento in cui l’allenatore non ha più bisogno di correggere sul campo i movimenti dei propri giocatori perché i giocatori sanno già quello che c’è da sapere. Tutti conoscono, oltre alla tecnica, come si deve giocare, la tattica, insomma.