Pier Giorgio Cozzi  –

 

Non stiamo solo ignorando il marketing della memoria; temo che stiamo perdendo anche  la memoria del marketing. Leggo un articolo di Stefano Filippi sullo stato d’abbandono dei sacrari militari italiani eretti da Redipuglia al Grappa per accogliere i Caduti della Grande guerra. Parliamo del territorio del Trentino e del Friuli Venezia Giulia, dove si combattè per quattro anni con migliaia di caduti, e mi coglie un senso di sconforto. Onorare coloro che si fecero uccidere perché «Noi non abbiamo obiettato», come recitava qualche anno fa lo striscione che apriva la sfilata di una adunate nazionali degli Alpini, sarebbe dovere delle istituzioni e, singolarmente, di ciascuno. Cento anni sono troppo pochi perché abbia a sbiadirsi «la memoria del germe di una unità e di una libertà date ormai per scontate», come ha scritto Filippi. Ma torniamo al marketing della memoria, al marketing del turismo, del territorio per essere precisi. Che all’estero conoscono bene; in Normandia, per esempio, il 70° anniversario dello sbarco ha fatto aumentare del 30 per cento i turisti: 8 milioni di visitatori, 400 eventi organizzati. Da noi invece…

Eppure, secondo una ricerca Jfc, il fatturato potenziale della memoria arriverebbe a 50 milioni di euro. «La mancanza di valorizzazione turistica è evidente – scrive Filippi a proposito delle regioni teatro della guerra ’15-‘18 – se  si considera che meno del 20 per cento dei visitatori viene dall’estero. (…) Non c’è un’integrazione con la vita di questi luoghi, le tradizioni, l’enogastronomia, il patrimonio artistico ma anche le bellezze naturalistiche: basterebbe abbinare il trekking ai sentieri alpini o alle linee delle trincee. I pochi percorsi esistenti sono noti soltanto al ristretto numero degli appassionati». Sarà per questa ragione che oggi il cartello stradale che indica Valli del Pasubio (su quel monte nel 1916 e 1918 gli alpini difesero l’Italia; 37 mila soldati vi persero la vita. Un ossario, raggiungibile con un sentiero ribattezzato Strada degli eroi raccoglie le spoglie di 5.146 soldati italiani) recita: «Paese della soppressa e delle acque minerali». Sarà per quella ragione che Asiago oggi è un formaggio (nella “battaglia degli Altipiani” combattuta tra il 15 maggio e il 27 giugno 1916 sugli altipiani vicentini le perdite tra esercito italiano e quello austro-ungarico ammontarono a 230.545 uomini. In cima al colle del Leiten vi è un mausoleo); che Grappa ai più ricorda una celebre acquavite di Bassano, non il Sacrario Militare di Cima Grappa, realizzato su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni, che raccoglie i resti degli oltre 12.000 caduti italiani e 10.295 austro-ungarici.

Se vogliamo venire a tempi meno lontani e a territori più vicini, penso all’alto Oltrepò pavese, per dirne uno turisticamente invogliante, la cui toponomastica promuove le “strade dei vini e dei sapori”. Lì solo sagre rigorosamente locali e saga del chilometro zero. Nel senso che lo fanno solo per sé stessi, al massimo sino a Voghera e Tortona. Ma che, con l’eccezione delle ricorrenze del 25 aprile e al “Tempio della fraternità” di Cella di Varzi, questa destinazione turistica dedica poca o punta memoria storica (territoriale e di marketing, intendo) ai numerosi castelli e borghi medievali, alle “Libere repubbliche di Varzi”, all’attività partigiana nelle Valli Staffora, Ardivesta, al Brallo, al Penice…

A guardar bene, mi sembra che, come si vede, in genere si stia perdendo pure la memoria del marketing, come funziona e a che serve. Ignorando in tal modo che anche la “memoria” può essere business. Peccato.