Pier Giorgio Cozzi –

 

Se no i xe mati no li volemo. Cosa altro pensare delle conseguenze della decisione del Tar, il tribunale amministrativo di Roma che accogliendo il ricorso di due candidati ha cancellato le nomine di cinque direttori, stranieri e no, dei venti dei musei voluti dalla riforma Franceschini?

I musei interessati dal provvedimento sono quelli di Mantova, Modena, Taranto, Napoli e Reggio Calabria, ma a scricchiolare è l’intera impalcatura della riforma, che ha già compiuto due anni. Non interessa qui sceverare se in punto di diritto i ricorrenti hanno avuto ragione nel ritenere che le procedure di selezione fossero viziate in più punti. Ma il ministro dei Beni culturali dissente e decide di ricorrere al Consiglio di Stato contro il verdetto: “Mi lascia stupefatto che la sentenza del Tar parli di procedura ‘poco chiara e magmatica’. La selezione internazionale dei direttori è stata fatta da una commissione assolutamente imparziale composta dal direttore della National gallery di Londra, che è un inglese, dal direttore della più importante istituzione culturale di Berlino, che è un archeologo tedesco, dal presidente della biennale di Venezia, e da una persona che è stata appena nominata consigliere dal presidente Macron. Mi pare che più garanzia di neutralità e trasparenza non ci potesse essere”.Solito balletto italiano, dunque.

Quel che perplime è altro. È la sconfortante, perdurante mancanza di mentalità liberale e cultura d’impresa. È l’ennesimo esempio di conferma che in Italia la burocrazia omnia vincit. È la perseverante primazia del potere giudiziario sugli altri due, il legislativo e l’esecutivo, istituzionali in uno stato democratico, per non dire del primato sulle altre tre forme di potere reale, scavalcate nei fatti: il potere politico, il potere ideologico o culturale e il potere economico secondo la tripartizione classica enunciata da Norberto Bobbio in Dizionario di politica (Torino, Utet, i976, pag.728). Poteri che pure dovrebbero contare.

«Va’ fuori d’Italia! va’ fuori ch’è l’ora! Va’ fuori d’Italia! va’ fuori, stranier!» è il ritornello –chi non lo ricorda? dell’Inno di Garibaldi (1858), che abbiamo studiato a scuola insieme con La spigolatrice di Sapri e gli altri testi patriottici del Risorgimento. Manifestare oggi lo stesso furore ideologico contro esperti rei di portare nei musei italiani l’esperienza professionale e manageriale acquisita presso le istituzioni estere dove hanno operato con successo è un gesto che ricorda il tafazzismo dell’omonimo personaggio comico televisivo.

A meno che con la scusa di difendere la Cultura non si preferisca mantenere inalterati nel tempo i musei ante-riforma: depositi sovente polverosi, di poco o nessun richiamo, spesso chiusi o con orari a-pubblici (alfa privativo), non di rado in balia dei sindacati del personale, della corporazione dei curatori e via geremiando…

Se vogliamo che i musei italiani non vengano interpretati come giacimento culturale e turistico, e messi a reddito come tali, basta dirlo. Se vogliamo privilegiare la sonnacchiosa way of life statale e parastatale rispetto a strategie e tattiche di marketing e di comunicazione, ditelo. Se vogliamo stoppare il trend di crescita dei visitatori nei musei italiani, ditelo. Se vogliamo preferire il rispetto delle formalità concorsuali rispetto ai numeri da primato registrati nel 2014 e 2015 – il boom è proseguito per il terzo anno consecutivo anche nel 2016, che ha battuto ogni record precedente con 44,5 milioni di visitatori (1,2 milioni aggiuntivi rispetto al pur ottimo 2015, +4%) e incassi per oltre 172 milioni di euro (oltre 18 milioni in più, +12%), ditelo. Se pensate che il ministro della cultura Dario Franceschini, che sottolinea il buon risultato della sua riforma: «6 milioni in più in un triennio, che rappresentano un incremento del 15% e hanno portato ad un aumento degli incassi pari a 45milioni» debba scusarsi per il “passo falso” commesso dai suoi tecnici nell’elaborazione dei requisiti dei concorsi per la nomina a direttore dei musei, ditelo.

Se è così, ce lo si dica apertamente. Magistrati del Tar o no, ce ne faremo una ragione. Non stupiremo né recrimineremo per il fatto che, non importa il risultato economico, a pagare strutture e stipendi pubblici siamo sempre noi, l’italianissimo Pantalone.