di Ugo Perugini

La definizione di etica sembra davvero come quella del tempo, nella famosa definizione di Sant’Agostino: “Io so cos’è l’etica, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo”.

Vediamo di provare ad offrire indicazioni utili, soprattutto ai giovani, per affrontare concetti complessi, anche al di fuori del “comune pensare”.

La legge è come una rete di pescatori a maglie larghe. Fondata su pochi ma fondamentali principi. La legge non può governare ogni comportamento umano. Se fosse così, avremmo bisogno di un numero immenso di codici in grado di individuare ogni comportamento e sanzionarlo, se non lecito. Ma ciò non è possibile.
Cosa spinge allora l’uomo a obbedire alle leggi? Non la paura delle sanzioni. In questo caso, ognuno dovrebbe avere accanto a sé un gendarme che lo sorvegli notte e giorno. Quindi, deve essere qualcos’altro a spingerlo ad obbedire, cioè la propria coscienza morale. Qualcosa da ricercare dentro ognuno di noi.

Ma la cosa si complica quando ci rendiamo conto che ogni popolo ha una sua morale, che può essere diversa da quella di altri popoli. L’etica, infatti, anche se spesso siamo portati a confondere i termini, non è la stessa cosa della morale, potrebbe essere definita una “metamorale” e consiste, molto grossolanamente, nel concordare su alcuni valori comuni condivisi, lasciando da parte quelli su cui si è contrari.

Diamo qui ancora qualche spunto molto stimolante.

La differenza tra il sistema legislativo romano germanico e quello anglosassone che la globalizzazione ha in parte attenuato, anche se restano sostanziali differenze, ad esempio, sulla corporate governance delle imprese.
Il concetto di morale come frutto di una selezione naturale che ha portato a valorizzare la cooperazione e l’altruismo tra le persone, piuttosto che l’egoismo e la sopraffazione.
Ancora, la ricerca sul comportamento etico delle persone – che spesso vanifica qualsiasi tentativo di fare formazione in questo ambito – e che rivela come ognuno di noi è, purtroppo, portato a commettere degli errori sistematici o atteggiamenti omissivi, definibili come strabismi morali, che sfuggono alla nostra stessa coscienza o che siamo portati sempre a giustificare.

Ancora una riflessione: la schizofrenia tra l’essere morale che pensiamo di incarnare e quello che realmente siamo nei nostri comportamenti di lavoro. Come conciliare questi due aspetti? L’uomo può essere considerato “naturaliter” morale? E nel contesto di un’azienda il suo atteggiamento morale è sempre così netto e preciso o alterato dalle evidenti sovrastrutture entro le quali è costretto a operare? Forse, l’input morale non può che discendere dall’alto, al di là di codici etici e compliance alle regole vigenti.


Alla fine, ci resta la speranza che basti rispettare l’epitaffio di Kant:”Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, augurandoci che, anche in questo caso, la legge morale cui facciamo riferimento non si tratti soltanto di un abbaglio.