Di Pier Giorgio Cozzi  –

 

L’informazione è arrivata al capolinea? Sembrerebbe di si. “Narrazioni”, post-verità, fake news, “bufale”. Web, talk show, giornalismo e media scadenti. Politica e antipolitica, populismo e democrazia digitale: le facce della poliedrica informazione-spazzatura dei nostri giorni. Di chi la colpa? Di tutti e quindi di nessuno?

Non proprio. Per lo meno, non solo. Ognuno di questi elementi è correo, le sue azioni sono certamente interdipendenti con quelle degli altri fattori del declino dell’informazione.

La verità più probabile è che è la comunicazione a esser cambiata. Anzi, per dirla con Mark Thompson, veterano della BBC, amministratore delegato del New York Times, autore del saggio La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia (Feltrinelli 2017, pp. 432, 22 euro, eBook 12,99), è la Retorica a non essere più quella di una volta.

Il linguaggio segue una sua deriva, che l’Autore rifacendosi alla retorica (filosofi & co.) e dubitando della retorica attuale (giornalisti e politici) tratteggia con realismo e ampia documentazione. Oggi – asserisce Thompson –  la corruzione del linguaggio rischia di uccidere le nostre società aperte.

Anglofilo of course, egli dedica la maggior parte del suo volume all’esame “comunicazionale” di attori politici al governo negli ultimi 50 anni: primi ministri britannici (Thatcher, Blair, Cameron…); presidenti americani: Bush, Clinton, Trump.

Reagan sopra tutto. La sua analisi però non trascura neppure i politici europei continentali: francesi, italiani (Berlusconi) e tedeschi, di ieri e di oggi.

Un saggio interessante, tecnico, erudito. Ruvido nell’analisi del fenomeno epperò speranzoso: il dibattito politico (e la democrazia) del titolo potrebbe non finire se… ma non voglio svelarvi la sua ricetta, che egli delinea nell’ultimo capitolo riferito a stampa, web e tv. Un libro che consiglio. Molto si capisce, e si può condividere. Leggendolo, non poco si impara.

Vengo all’informazione in quanto tale. La lettura di questo saggio mi ha confermato in una mia vecchia sensazione: la stampa, quella in versione cartacea sopra tutto (quotidiani e periodici) ha perso la battaglia per l’affermazione del suo ruolo e ha incominciato a lottare per la sopravvivenza quando ha abdicato al suo proprio linguaggio per imitare quello televisivo, linguaggio che all’inizio degli Anni 80 andava affermandosi worldwide.

Inoltre, «l’avvento della tecnologia digitale – rileva Thompson – ha allargato enormemente la scelta del consumatore alla ricerca di notizie e altre forme di contenuto, e ha reso possibile questa scelta, grazie a nuovi strumenti e reti distributive, dove e quando il pubblico la vuole» (pag.133). Il declino del dibattito è cominciato allora. «Nel giornalismo e nel più ampio campo dei contenuti fattuali e culturali che tanta gente legge o vede oggi prevalgono i titoli, i brevi sommarietti, gli elenchi e altri formati che possono essere assorbiti nell’arco di pochi secondi. In quasi tutto il settore gli stessi articoli tradizionali si sono mediamente accorciati. Anche per questo tendono tipicamente al massimalista: l’accusa più severa, la statistica più funesta compaiono sempre nel primo paragrafo o nella presentazione dell’anchorman. Le sfumature e le precisazioni finiranno probabilmente verso il fondo oppure, dato che i servizi di solito sono cortissimi, fuori del tutto» (pag.137).

I quotidiani sono progressivamente divenuti spenta fotocopia dei telegiornali e dei talk show: nella confezione e nel “taglio” delle notizie, nella loro scelta e in quella degli interlocutori, rifacendosi al linguaggio secco, spigoloso, immediato della tv. Che non contempla né analisi né verifica. Un giornalismo che ha scelto di dire, non di comunicare.

Si dirà: questo il giornalismo, più o meno sotto traccia, l’ha sempre fatto. Vero. Ma dagli ultimi due decenni del millennio scorso, la quantità di notizie verosimili è aumentata e va aumentando esponenzialmente. Oggi la loro diffusione è più veloce che mai. Prima, a questa informazione faceva argine la Retorica: un’arte nobile; da noi, praticata dai politici sino alla Prima repubblica, poi progressivamente fattasi di nebbia.

Oggi, informazione e comunicazione vivono solo di marketing politico e di pubblicità. Oggi “venerati maestri”, giornalisti embedded e sondaggisti vari vestono i panni del signor Bonaventura (Corriere dei Piccoli, ricordate?). Le loro inchieste sono sempre “contro” e mai “per”. Oggi come ieri continuano a ripeterci che «la verità ci renderà liberi» (Giov. 8) e

i primi a non crederci sono proprio loro. E siccome verba volant (si diffondono molto velocemente: T. De Mauro: http://dizionario.internazionale.it/parola/volare) è il loro linguaggio, sono le loro parole ad essere artefici del cambiamento della nostra società. Non il contrario. Come sostiene (e dimostra) il libro di Thompson.

Consultate, gente. Consultate.