di Ugo Perugini


Come mai chi lavora spesso non sente il bisogno di misurarsi con i risultati che ottiene e di provare a migliorare? Perché tante aziende fanno poco per sostenere lo sviluppo del talento individuale dei propri collaboratori?

Sempre più in futuro ci sarà bisogno di persone, oltre che competenti, anche motivate, a cui non basterà la sicurezza o il fatto di godere di certi privilegi ma vorranno aspirare a qualcosa di più. Chi lavora ha bisogno di un sogno e di una meta più alta per dare forza alle idee e alle soluzioni.

Cosa fare per rendere il proprio lavoro un momento cardine della vita e dell’impresa un luogo di prosperità e sviluppo sociale? Lo scenario che abbiamo dinanzi non è positivo: migliaia di giovani non studiano né lavorano. Sono ricchi di cose ma poveri di speranza, visto che la nostra società ha sovrainvestito sul confort, sul consumo e sotto investito in idee stimolanti.
Ma anche le imprese hanno molto deluso le aspettative. Per troppo tempo si è permesso che la scienza economica diventasse una realtà in parte avulsa dalla società civile, governata da leggi proprie con l’illusione che potesse autoregolarsi. Per troppo tempo abbiamo creduto il mondo dell’impresa un mondo fine a se stesso e non un mezzo importantissimo al servizio della società e delle persone per raggiungere ben altri fini.
Di qui la necessità di rimettere al centro del lavoro di un’azienda la persona, valorizzando il principio di responsabilità individuale. E’ un discorso utopico? Potrebbe apparire così, ma non solo è auspicabile ma anche possibile.

Per arrivare a una “comunità organizzata” occorrono ascolto, dialogo, feedback, che, grazie alla responsabilità e alla fiducia reciproca, portano come risultati concreti la coesione, la motivazione, la capacità di produrre idee e di innovare. C’è un termine che oggi è molto in uso per definire il comportamento delle imprese attento al “bene comune”: responsabilità sociale. Ma rischia di essere un obiettivo astratto se le aziende anziché farne un uso strategico lo intendono solo come scelta filantropica o di marketing.
Di strada, è evidente che ve ne sia ancora da fare. L’importante è aver individuato con chiarezza il cammino