Pier Giorgio Cozzi

 

Sciatti nel vestire uguale sciatti nel fare? Probabile. Per il dizionario della lingua italiana Treccani, il primo significato di sciatto è: “Trascurato, negligente, spec. nella cura della propria persona e nel lavoro: è sempre molto sc. nel vestire; va in giro così sc. che sembra un poveraccio; è spesso rimproverata perché si mostra troppo sc. nello sbrigare le faccende; per estens., anche con riferimento a scrittori, artisti e sim. che mostrano scarso impegno nell’uso dei mezzi espressivi: un narratore sc. nello stile; un pittore sc. nei particolari”. Ammettiamolo, siamo diventati un popolo di… sciattoni. In tutti i sensi. Lo denunciamo già dall’abbigliamento, come dimostrano questi pochi ma eloquenti segnali.

Ciabatte infradito e pantaloni al ginocchio, disinvoltamente indossati anche in città da uomini e donne di tutte le età, al supermercato come in metropolitana. Colpa del desiderio di proteggersi dal caldo africano di questa torrida estate, si dirà. Non è proprio così; già da qualche anno le cronache cittadine registrano puntualmente il (mal)costume in voga.

Calzini corto-azzurro ai piedi di uomini di legge o addirittura assenti, al punto da indurre persino una interrogazione parlamentare sul decoro sottratto – secondo l’interrogante – alla figura del magistrato: le foto pubblicate che l’hanno originata mostrano un funzionario di riguardo nel suo ufficio, in tenuta e atteggiamento informali rispetto al luogo e al ruolo, alla presenza di due impettiti ufficiali dei carabinieri. Impeccabili nella loro uniforme.

E giacché parliamo di uniforme (o divisa, se preferite), che dire di un agente della polizia locale, fotografato in divisa al corteo gay pride con una bandierina col simbolo arcobaleno infilata alla cintola, nel cinturone della pistola?

Un episodio personale. Tra gli oltre seicento ospiti convenuti alla recente premiazione dei vincitori di un concorso giornalistico per reporter tenutasi in una rinomata location cittadina, a sfidare in camicia, giacca, pantalone con piega, scarpa lucida e persino qualche cravatta i 36°C pomeridiani eravamo in pochi: il direttore del giornale ovviamente e non più di una dozzina di colleghi. Gli altri? Un abbigliamento assortito tra casual e etno-pitocco, più adatto a un rave party che a un evento mediatico-giornalistico: sahariane e kefiah, jeans e t-shirt variopinte, qualche camiciola e bermuda etnico-solidali, gilet multitasca e multitasking uso pescatore-fotoreporter embedded, barbe incolte, gli immancabili sandali e piede nudo maschile…

In altri tempi Ugo Volli, professore di filosofia del linguaggio, a proposito di abbigliamento scriveva: «La norma regola in primo luogo la scelta degli indumenti da un repertorio […] Poi ogni norma di eleganza deve considerare l’accoppiamento degli indumenti, il loro modo di fare assieme e di “intonarsi” al contesto. Questo è, in linguistica, il punto di vista “paradigmatico”». Paradigmatico, ovvero “che serve di paradigma, vale a dire di esempio, di modello” (Treccani). Quello che in altre parole potremmo riassumere nella frase ripresa da Chariot of fire (il film “Momenti di gloria”, presentato al 34º Festival di Cannes): «Protocollo, mio caro. Protocollo. Ti dice quello che si deve fare. Sopra tutto, quello che non si deve fare».

È vero, erano altri tempi; la pellicola risale al 1981, Volli Contro la moda (Feltrinelli) lo scrisse nel 1988. Quando rispetto per la divisa e il detto popolare: «Troppa confidenza guasta la riverenza…» non erano ancora considerati roba da bacchettoni.

 

P.S. Sciatti nel fare perché sciatti nel vestire? Se, come si dice, vogliamo buttarla in politica, proviamo a prendere in considerazione questi altri segnali: 2017: tre governi non eletti, un Parlamento illegittimo… Addirittura tre legislature in 71 anni (14ª, !5ª, 16ª) più quell’attuale, la 17ª, per trasformare (forse) in inno “nazionale”– ora è “ufficiale”, ad interim – il Canto degli italiani scritto da Goffredo Mameli e musicato da Novaro nel 1847, regnante Carlo Alberto.

La locuzione latina ad interim (interim significa “frattanto”, “nel frattempo”) in italiano vuol dire “per ora”. Per ora siamo un Paese. Per diventare Nazione, vedremo…