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Pier Giorgio Cozzi

    Prima, la retorica era lo strumento principe per raccontare il mondo: eventi, prodotti da vendere, “pubblici” con cui rapportarsi, promesse elettorali, consenso da acquisire, dissenso da attenuare… Oggi la retorica – adesso lo chiamano storytelling – continua a mantenere la sua caratteristica di narrazione, di strumento per comunicare. Ma ha cambiato pelle.

   Affidata alla marea dei blog e dei talk show, sostengono alcuni autori, la retorica odierna si sta trasformando in vaniloquio, in una cornucopia di luoghi comuni, di frasi fatte e di slogan urlati. Stiamo assistendo alla sua deriva, deplorano gli analisti dell’informazione affidata ai media. In una parola, si è corrotto il linguaggio, la comunicazione. È davvero così? In sintesi: sono le parole a cambiare la gente o è la gente a cambiare le parole?

   Il ragionamento, perdonate, non è di lana caprina. Personalmente, propendo per la prima ipotesi. Suffragata, credo, da esempi incontrovertibili. Prendiamo il caso del linguaggio politicamente corretto: siamo così sicuri che esso non influisca sui comportamenti individuali e collettivi? Mi pare accertato che il meccanismo dell’uso di certi modi di dire, “la coralità di generazioni che convergono verso di esso” per dirla con De Mauro, rispecchi le modalità con cui la vita quotidiana viene condotta da chi, per scelta autonoma o per imposizione (ex lege, p. es.) quel linguaggio usa. Le fake news, meglio: la post-verità che per mesi ha inondato le pagine dei media on e off line è esemplare. Assurdamente, la ‘costruzione’ del linguaggio delle così dette “bufale”, quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza, produce una verità.

   Nel XX secolo, le voci retoriche narranti erano altre; si diceva: l’ha detto il giornale, l’ha detto la radio, l’ha detto la televisione. Il XXI secolo è invece diventato il secolo dell’ “auto-editoria”: oggi si dice “gira sul Web” (l’insieme dei siti di Internet), lo dicono “i social” (Facebook – Twitter – Instagram – Google Plus – You Tube – Wikipedia…).

    Oggi la nuova faccia della retorica è rappresentata dai “pregiudizi di conferma”. La combinazione dell’aggregazione di informazioni senza filtri sui social network e i “confirmation bias” ci inducono a privilegiare le notizie che ribadiscono le nostre opinioni. Col risultato di creare comunità coese, non interagenti e radicalizzando in maniera acritica le posizioni individuali e di gruppo. Questa, a detta degli esperti, sarebbe la nuova frontiera della comunicazione,  il portato del nostro secolo. Mi sembrano argomenti sufficienti a dimostrare che sono le parole a cambiare la gente, e non l’opposto.

   Per buttarla sul politico: la retorica attuale sta dunque annullando la lingua della nostra democrazia? Apparentemente sì, secondo i predetti esperti. A dirla tutta, però, il fatto che le parole interferiscano con la vita della gente proprio nuovo nuovo non mi sembra. Se ci voltiamo a guardare la storia, la nostra storia occidentale, incontriamo continuamente gente la cui “retorica” indubbiamente ha modellato il pensiero tanto quanto il nostro modus vivendi, di singoli e come società: personaggi come Socrate, Platone, Cicerone, Machiavelli, Guicciardini, Beccaria, Rousseau, Tocqueville, Marx, Freud…

Una “retorica” coerentemente con la quale Paul Watzlawick e gli studiosi del Mental Research Institute di Palo Alto (California) hanno definito i cinque assiomi della comunicazione umana. Il primo dei quali recita: “non si può non comunicare”. Increduli? Provate a convincermi che le parole dello slogan «Proletari di tutti i Paesi unitevi!» (‘del mondo’ nella versione togliattiana) non hanno avuto influenza sulle persone. Centoquarantatre anni prima che il web nascesse.