Di Pier Giorgio Cozzi

Un’amore barbaro. Non è mio l’apostrofo…

Parliamo di pubblicità. E della grammatica della lingua italiana. Che, per il canale televisivo Real Time, corre il rischio d’essere «pregiudizialmente» sessista. «Vi auguriamo un’amore che è tutto un programma», proprio così, un’amore con l’apostrofo, lo slogan di un annuncio pubblicitario comparso su alcuni quotidiani il 13 febbraio cui ha fatto seguito, il giorno successivo – san Valentino -, una seconda pagina di spiegazione: «Un amore è un’amore. L’amore non ha età, razza, religione, genere, orientamento sessuale.

Nella lingua italiana, però, la parola amore è un sostantivo di genere maschile. Se i pregiudizi iniziano dal linguaggio, è arrivato il momento di cambiare la nostra lingua». Rendendo “neutra” la parola, continua la spiegazione, «possiamo combattere la discriminazione […] perché siamo per ogni genere d’amore».

Coerentemente con questa filosofia, il canale televisivo menzionato, promotore della pubblicità, ha inoltrato una petizione all’Accademia della Crusca perché si istituisca «il genere neutro per la parola amore». Genere che, come tutti sanno, nella nostra lingua non esiste.

Per i più distratti, ci permettiamo di ricordare quando si usa l’apostrofo: dipende dalla parola che segue, se è maschile o femminile. L’articolo indeterminativo maschile un, senza apostrofo, si usa davanti ai nomi maschili che iniziano per vocale, perché si tratta di un troncamento (un amico, un albero, un italiano); l’articolo indeterminativo femminile un’, con l’apostrofo, si usa davanti ai nomi femminili che iniziano per vocale, in quanto si tratta di elisione: un’amica, un’edicola, un’isola, un’ovazione… Ribadiamo, di ‘neutro’ non c’è traccia.

Come mai tanta intraprendenza cultural-lessicale in un’emittente tv? Non sarà forse perché a metà marzo il canale manderà in onda il reality show, Primo appuntamento e l’ha fatto precedere da una teasing campaign? Data degli annunci, argomento, target coerenti col prodotto e con la linea editoriale dell’emittente rendono lecito il sospetto.

Siamo sicuri poi che l’obiettivo sia stato guadagnato o che, piuttosto, lo strafalcione grammaticale non si sia trasformato in un boomerang? Le reazioni della comunità LGBT sui social media suggerirebbero questo, per esempio. E, d’altro canto, dovrebbe essere evidente che la tattica “parlatene male purché se ne parli” – in uso quando la pubblicità si chiamava ancora propaganda – è giurassica e oggi, epoca di storytelling e di qualità ‘percepita’, addirittura controproducente.

L’imbarbarimento della lingua da parte di certi copywriter che in nome della “iperbole pubblicitaria” (e, al caso, dell’immancabile politicamente corretto) trascurano l’italiano ci fanno irrimediabilmente rimpiangere certi slogan di campagne lanciate nella seconda metà del secolo scorso. Tipo «Chi Vespa mangia le mele, chi non vespa, no», per dirne uno (1969). O «Silenzio parla Agnesi» (premiato con un Leone d’Oro al Festival internazionale della creatività, Cannes, 1985).

Sosteneva il celebre comico Groucho Marx: «Trovo la TV molto istruttiva. Ogni volta che qualcuno mette in funzione l’apparecchio, me ne vado nell’altra stanza a leggere un libro». Già.

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