Pier Giorgio Cozzi

 

Da 50 anni il Rapporto Censis sulla situazione sociale dell’Italia fotografa i più significativi fenomeni socio-economici del Paese. Anche quest’anno documenta l’analisi dei settori essenziali della nostra società: lavoro, formazione, sanità, welfare, economia, comunicazione e media, le reti, il territorio, il governo pubblico, la sicurezza dei cittadini. Il lettore che fosse interessato al testo originale del Rapporto 2016 lo trova in Rete. Qui interessa commentare un paio di indicazioni scaturite dal dossier dell’istituto di ricerca presieduto dal sociologo Giuseppe De Rita.

La prima, in quanto novità: il rancore. Gli italiani sono rancorosi, dice il rapporto. Perché poveri: sono 1,6 milioni le famiglie indigenti in Italia, un +96,7 per cento rispetto al periodo pre-crisi. Il 4,7 per cento degli individui vive in povertà assoluta: +165 per cento rispetto al 2007. In più – aggiunge Massimiliano Valerii, direttore generale del Centro –  «si è inceppato l’ascensore sociale, quella tacita promessa per cui le nuove generazioni avrebbero goduto di condizioni sociali ed economiche migliori di quelle delle generazioni che le avevano precedute». Vorrei vedere che fossero indulgenti, e da vecchio orecchiante di marketing direi che il disagio sociale non è attribuibile in toto alla crisi economica globale.

E questo ci conduce all’altra delle indicazioni uscite dal rapporto del Censis: siamo  il fanalino di coda d’Europa per quantità di laureati. Nella graduatoria della Ue l’Italia è penultima: da noi i laureati sono il 26,2 per cento della popolazione tra i 30 e i 34 anni; nel Regno Unito il 48,2; in  Francia il 43,6; in Spagna il 40,1 e in Germania il 33,2 per cento. In fondo a questa speciale classifica c’è la Romania, distante da noi di solo un modesto 0,6 per cento. Questi i numeri. Poi, ci sarebbe da fare qualche commento sulla qualità del titolo di studio, quali discipline prevalgono su quali altre, quali università preparano meglio e via discorrendo. Argomenti già ospitati in passato su queste pagine. Tralascio, anche se repetita iuvant.

Le due considerazioni esposte hanno certamente una radice in comune: sono il portato della Politica dei decenni a cavallo del 21° secolo. La politica come gestione del potere invece che come gestione, amministrazione della società. Quello che pochi commentatori senza il filtro dell’ideologia spiegano è proprio la mancanza del marketing applicato alla politica, il marketing come risposta ai bisogni (da Maslow in avanti! Per capirci).

Le imprese producono beni e servizi in risposta ai bisogni materiali e immateriali, espliciti o latenti dei loro clienti; il parametro con cui esse misurano l’adeguatezza di ciò che producono è la soddisfazione del cliente, la rispondenza alle sue aspettative. Vale per il mercato. Vale per la politica. Chi non è convinto guardi al documento di programmazione finanziaria del nostro Paese, stiracchiato – in prossimità delle elezioni politiche – di qua e di là per concedere quello che alcuni organi di informazione chiamano le «mancette» preelettorali, ovvero i vari bonus “promessi” dagli esponenti politici per acquisire voti. Quanto al consenso però, è da vedere se questa unique selling proposition pubblicitaria preelettorale darà i frutti sperati. Perché anche in questo caso l’analisi del Censis è impietosa: l’84 per cento degli italiani non ha fiducia nei partiti politici; il 78 per cento nemmeno confida nel governo. Un italiano su due boccia l’amministrazione pubblica. I sindacati tradizionali perdono iscritti (meno 180 mila iscrizioni in un anno).

Diciamolo: se un’azienda sottovalutasse il profilo del proprio target come la politica fa col suo, e a proposito di “qualità percepita” ottenesse i risultati sopra citati, avrebbe già dichiarato fallimento o quanto meno starebbe ai margini del mercato, suscitando il più che ovvio rancore dei suoi clienti e consumatori finali. Ciò che, come Censis documenta, ahinoi succede per il “cliente Italia”.

Poi vengono a dirci che il marketing applicato alla politica è utopia.

Meditate, gente. Meditate.