Di Pier Giorgio Cozzi

 

Di app ce n’è per tutti e per tutte le esigenze quotidiane, tanto che rischiamo di perdercisi dietro. E, che ci piaccia no, queste applicazioni, dopo averci sedotti, ci condizionano la vita. Ma, come è inevitabile, tutto questo ha un prezzo. Ormai certe parole dobbiamo farcele diventare usuali

Ormai è totalizzante, l’invasione delle app. Ne nascono continuamente di nuove. E l’incremento non conosce tregua.

Ce n’è per tutti, di app, e per tutte le esigenze quotidiane, tanto che rischiamo di perdercisi dietro. A questo punto i nostri inseparabili electronic devices (smart-phone, tablet e via elencando), bisogna convenirne, sono diventati il luogo dove queste applicazioni instradano la nostra vita. L’aspetto inquietante della pervasività di queste applicazioni è che esse ci seducono col simbolo della conveniente praticità.

Qualche esempio: la nostra “mobilità”, come usa dire adesso, può avvalersi oltre che di Uber (dopo una imminente regolamentazione) anche della sfidante Lyft, attiva in Usa con autisti non professionisti e persino fermate fisse; di BlaBlaCar per fare autostop con sconosciuti. In città parcheggiamo grazie a JustPark che cisegnala il posteggio più vicino.

La nostra vita di relazione si orienta con Airbnb, con cui prenotare locali in città; per gli affari di cuore (amicizie e amori) possiamo affidarci a Badoo.  Se abbiamo curiosità di ogni tipo, ci pensa Udemy a esaudirle. Mangiamo cibo recapitato direttamente a domicilio con Eatwhit. Possiamo scambiare casa con HomeExchange, affidare la nostra prole a una babysitter fornitaci da lecicogne e LocLoc ci procura trapani e tende per arredare la nostra casa. Se però non siamo bricoleur, a montare i mobili Ikea ci pensa TaskRabbit .

C’è un’app persino per vendere a poco prezzo i cibi da noi cucinati: shareyourmeal. Come direbbe l’interprete del noto spot di una marca di caffè: what else? C’è tuttavia un prezzo, per tutto questo progresso. Il prezzo è la incapacità a scrivere, a esprimersi, a pensare senza il sostegno delle app, sic et simpliciter, illico et immediate avrebbero chiosato i vecchi professori dei nostri anni liceali. Il famoso detto di Montaigne “la parola è per metà di chi parla e per l’altra metà di chi riceve” oggi contempla la presenza di un inopinato intermediario: le app, appunto.

Con la conseguenza che la nostra dipendenza dalla “intelligenza” del device (e anche dalla sua fonte energetica: ho recentemente partecipato a un viaggio-stampa in cui i miei colleghi hanno passato la maggior parte del loro tempo alla ricerca di sorgenti di alimentazione presso i luoghi visitati, al ristorante e perfino sul pulmino che ci portava a destinazione, per ricaricare i loro tablet e smartphone su cui hanno “smanettato” tutto il tempo) può condizionare le nostre scelte.

E poi, siccome nel mondo del mercato globalizzato tutto ha un prezzo, c’è un prezzo anche per questo “progresso”: la progressiva perdita di dimestichezza col “ragionamento”, quello condotto in autonomia dal nostro di cervello invece che da quello elettronico. Lo si riscontra purtroppo nella scuola, sul lavoro e nella società nel suo complesso: la comunicazione ormai è quella on-line. Persino i politici e i capi di governo si affidano a (pensano in termini di?) centoquaranta caratteri e facebook.

È il caso allora di allarmarsi per l’invadenza di tanta tecnologia nella nostra quotidianità? Certo che no. Prendiamone atto. E cerchiamo di temperare il fenomeno, per quel che è utile e possibile, onde conservarci un margine di autonomia. E di ironia. Come quella che qualche anno fa, a proposito dei telefonini factotum, ci fece sorridere quando comparve, ora dileguato, un sito web dal significato eloquente: www.maperche[censura]nonmitelefonisehaiqualcosadadirmi.it.

Parliamone.