Sicuramente sarà capitato anche a voi, durante un viaggio in macchina, mentre preparate la cena, in palestra o semplicemente con una tazza di tè sotto le coperte, di ascoltare in sottofondo il racconto di qualche caso di true crime.
E i numeri dimostrano che siamo tutt’altro che soli in questa ossessione.
Secondo un’analisi pubblicata da la Repubblica, i podcast di cronaca nera sono tra i contenuti più seguiti dagli italiani: il 37,4% degli ascoltatori dichiara di consumarli abitualmente e quasi sei persone su dieci affermano di apprezzare questo genere. A trainare il fenomeno sono soprattutto le donne tra i 18 e i 29 anni, particolarmente appassionate di casi irrisolti e indagini criminali.
Il true crime, insomma, ha ormai superato i confini di un genere di nicchia, conquistandosi un posto da protagonista nel nostro intrattenimento quotidiano.
Basta dare un’occhiata alle classifiche di Spotify, dove tra i titoli più ascoltati nel nostro Paese troviamo podcast come Elisa True Crime, Indagini e Stories.
Ma cosa ci spinge, nei momenti più normali delle nostre giornate, a cercare storie così oscure?
Per provare a capirlo, abbiamo deciso di parlarne con chi il true crime e il mistero li racconta ogni giorno. Abbiamo intervistato Giusy, studentessa di Giurisprudenza che fa divulgazione sui social attraverso il suo profilo Crime with Giusy, e Andrea Puttolu, creator dietro Endriu Files, un progetto dedicato allo storytelling del true crime e del mistero.
Il fascino di ciò che non riusciamo a spiegare
A quanto pare, una parte del fascino del true crime nasce proprio dalla nostra curiosità verso ciò che facciamo fatica a comprendere. Ci troviamo davanti a persone che, almeno in apparenza, conducono vite normalissime e che poi si rivelano capaci di gesti terribili. Ed è proprio questo contrasto che ci spinge a voler sapere di più.
Come ci racconta Giusy, studentessa di Giurisprudenza e creator di Crime with Giusy, cerchiamo delle spiegazioni, vogliamo capire come sia stato possibile arrivare a quel punto e, soprattutto, se qualcosa avrebbe potuto essere evitato.
Ma c’è anche chi è affascinato dalla sensazione che queste storie riescono a provocare.
Andrea Puttolu, conosciuto sui social come Endriu Files, ci ha raccontato che il true crime e le storie di mistero ci permettono di entrare in contatto con una realtà molto lontana dalla nostra quotidianità. Ci fanno provare quel brivido di terrore che, per alcune persone, può essere addirittura piacevole, soprattutto perché lo sperimentiamo da una posizione sicura.
Come lo descrive Andrea, è «un modo per provare adrenalina comodamente dal divano».
E forse è anche per questo che siamo così attratti dalle storie che non hanno una spiegazione. Secondo Andrea, quando ci troviamo davanti a qualcosa di misterioso, a volte siamo portati a immaginare risposte paranormali semplicemente perché le troviamo più intriganti. Una spiegazione razionale, per quanto plausibile, può sembrarci molto meno affascinante di un mistero ancora irrisolto.
Lo stesso Andrea ci ha raccontato di aver avuto paura dei film horror per molti anni, finché non ha deciso di affrontarli. Con il tempo, quella paura è diventata qualcosa di più familiare e oggi sente di avere una soglia di tolleranza molto più alta.
Insomma, dietro il nostro interesse per queste storie possono esserci motivazioni diverse. E se la paura spiega una parte del loro fascino, resta da capire cosa succede quando iniziamo a raccontarle, condividerle e commentarle.
Quando la cronaca diventa intrattenimento
Oggi basta aprire YouTube, Instagram o Spotify per trovare racconti di omicidi, sparizioni e casi irrisolti. Storie che un tempo avremmo seguito principalmente attraverso giornali e programmi televisivi vengono raccontate anche da creator, spesso con linguaggi molto più vicini a quelli delle piattaforme che utilizziamo ogni giorno.
Ma quando i protagonisti di una storia sono persone reali, come si fa a renderla coinvolgente senza trasformare la loro sofferenza in uno spettacolo?
È una domanda che abbiamo posto a entrambi.
Per Giusy, il punto di partenza è lo studio approfondito dei casi, anche dal punto di vista giuridico e processuale. Raccontare una vicenda significa comprenderne la storia, ma anche il modo in cui i fatti vengono ricostruiti e valutati dalla giustizia. Il suo obiettivo è rendere comprensibili anche i concetti più complessi, senza perdere accuratezza.
Secondo lei, i social possono avere un ruolo importante nel riportare l’attenzione su vicende che altrimenti rischierebbero di essere dimenticate. Ma dietro ogni caso ci sono vittime, famiglie e persone reali, e il rispetto nei loro confronti deve rimanere centrale.
Su questo punto anche Andrea è d’accordo. Nel raccontare storie particolarmente violente, a volte è necessario ridimensionare o omettere alcuni dettagli cruenti, soprattutto quando non aggiungono nulla alla comprensione dei fatti.
Il confine, quindi, può diventare sottile. Da una parte c’è la possibilità di approfondire vicende complesse e renderle accessibili. Dall’altra c’è il rischio di utilizzare proprio gli aspetti più scioccanti per catturare qualche visualizzazione in più.
E la questione si complica ulteriormente quando il pubblico smette di essere soltanto spettatore.
Siamo diventati tutti investigatori?
Basta aprire i commenti sotto un video dedicato a un caso di cronaca per trovare persone che avanzano ipotesi, discutono le testimonianze e provano a ricostruire ciò che potrebbe essere successo.
Da un certo punto di vista, questo coinvolgimento può essere positivo. Come osserva Giusy, può spingere le persone a informarsi e ad approfondire vicende che magari non avrebbero mai conosciuto.
Il problema nasce quando le ipotesi iniziano a essere trattate come fatti.
Giusy ci ha fatto riflettere anche sull’importanza dell’imparzialità, ricordandoci che «essere informati infatti significa anche riconoscere ciò che non sappiamo».
Perché, soprattutto quando un procedimento giudiziario è ancora in corso, diffondere e commentare singoli elementi investigativi senza conoscerne il contesto può contribuire alla formazione di un giudizio pubblico prematuro.
È qui che entra in gioco anche il tema del processo mediatico. Quando una vicenda viene seguita e discussa quotidianamente da migliaia di persone, il rischio è che nell’opinione pubblica si arrivi a una sentenza molto prima che lo faccia un tribunale.
Eppure, il principio della presunzione di innocenza esiste proprio per tutelare le persone fino a quando la loro colpevolezza non sia stata accertata con una condanna definitiva.
Forse è proprio questo uno degli aspetti su cui vale la pena soffermarsi quando consumiamo true crime. È naturale voler capire cosa sia successo, cercare risposte e confrontarsi con gli altri. Ma quanto sappiamo davvero delle storie sulle quali ci sentiamo pronti a esprimere un giudizio?
Cosa possiamo imparare da queste storie?
C’è però un ultimo aspetto su cui Giusy e Andrea si trovano d’accordo: il true crime può avere anche un valore che va oltre l’intrattenimento.
Raccontare queste vicende può contribuire a mantenere viva l’attenzione su storie che rischiano di essere dimenticate, sensibilizzare il pubblico e aiutarci a riconoscere situazioni di pericolo che, altrimenti, potremmo sottovalutare.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del genere quando viene raccontato con attenzione e rispetto. Possiamo iniziare ad ascoltare una storia per curiosità, ma ritrovarci alla fine con qualche consapevolezza in più.



