Oggi, tra podcast, reel, campagne pubblicitarie, il tema della salute mentale è ovunque. Lo psicologo non è più percepito come una figura marginale o “da emergenza”, ma come un riferimento sempre più normalizzato, soprattutto tra i più giovani.
Eppure, una domanda resta aperta: stiamo davvero superando un tabù collettivo oppure il benessere mentale sta diventando una nuova forma di performance sociale?
I dati mostrano una trasformazione concreta. Secondo il Consiglio Nazionale dei Giovani, il 75% delle persone tra i 15 e i 35 anni ha sentito il bisogno di supporto psicologico negli ultimi anni. Tuttavia, solo una parte ha ricevuto un aiuto reale.
Nel frattempo, il linguaggio psicologico è entrato nella quotidianità: termini come “trigger”, “trauma” o “narcisismo” vengono usati continuamente sui social e nelle relazioni personali.
Per molto tempo il disagio psicologico è stato considerato una debolezza privata da nascondere. Oggi, finalmente, chiedere aiuto appare più legittimo e meno stigmatizzato. Questo perché la pandemia ha probabilmente accelerato questo processo, rendendo palese una fragilità collettiva, che prima veniva spesso ignorata o individualizzata. Ansia, burnout, insonnia e depressione non sono più vissuti come esperienze isolate, ma come condizioni condivise. Lo stigma ha lasciato spazio alla condivisione: oggi mostrare le proprie vulnerabilità non isola, ma unisce
Emerge però una contraddizione. La cultura contemporanea tende a trasformare tutto in qualcosa da ottimizzare. Se negli anni Duemila era il corpo a dover essere performante, oggi sembra esserlo anche la mente: equilibrio e autoconsapevolezza diventano obiettivi permanenti. Il rischio è che il benessere psicologico smetta di essere una ricerca personale e diventi uno canone estetico e sociale.
In questo scenario sembra diminuire la tolleranza verso emozioni normali come tristezza, vuoto, frustrazione o fallimento. E i social amplificano questa dinamica.
Il benessere mentale viene spesso rappresentato come un obiettivo facilmente raggiungibile attraverso la terapia, detox digitali e routine apparentemente perfette. Ma l’equilibrio psicologico reale è instabile per definizione. Non è una linea retta e non può essere permanente.
Forse il cambiamento più interessante non riguarda soltanto il fatto che più persone vanno dallo psicologo, ma il significato culturale attribuito a quel gesto. Mentre in passato rappresentava un’ammissione di fragilità, oggi, in alcuni contesti, rischia quasi di diventare un elemento da possedere e mostrare. Tra tabù e tendenza convivono entrambe le dimensioni.
Il punto non è capire se la salute mentale sia “di moda”. La vera questione è come la società contemporanea interpreta il proprio disagio. Perché, nonostante si parli continuamente di equilibrio e benessere, sembra sempre più difficile accettare l’idea di perderli anche solo temporaneamente.
Per approfondire il tema, ci siamo rivolti alla psicologa e psicoterapeuta Teresa Capparelli, fondatrice del Centro di Psicologia PianetaMente.
RIDUZIONE DELLO STIGMA
Secondo la dottoressa, se da un lato stiamo finalmente assistendo a una riduzione dello stigma nei confronti della psicoterapia e della salute mentale, dall’altro è comprensibile che si possa percepire un’eccessiva psicologizzazione e patologizzazione della vita quotidiana. Suggerisce tuttavia di evitare di leggere questo fenomeno in termini rigidi di giusto o sbagliato, ponendo l’accento su un fattore ancora oggi cruciale: il peso del periodo COVID-19.
A partire dalla fase post-pandemica si è riscontrato infatti un incremento significativo di ansia, depressione e stress post-traumatico nella popolazione generale. La pandemia, spiega la psicoterapeuta, ha costretto molte persone a prendere contatto con una sofferenza che spesso era già presente, ma che fino a quel momento rimaneva silenziosa. In questo senso, il fatto che sempre più persone chiedano aiuto non può che essere positivo. “Naturalmente – aggiunge poi la dottoressa – occorre evitare che ogni difficoltà esistenziale venga automaticamente trasformata in una diagnosi”.
IL RUOLO DEI SOCIAL
Il ruolo dei social media nell’avvicinare o allontanare gli utenti al tema, secondo la terapeuta, si mostra ambivalente. Contrariamente a quanto si pensa, oggi gli utenti sono spesso molto più critici e consapevoli rispetto al passato: cercano fonti autorevoli, pongono domande e sviluppano una buona capacità di distinguere i contenuti affidabili da quelli superficiali.
Il problema vero, emerge quando il linguaggio della psicoterapia viene utilizzato in modo improprio. Termini complessi come “trauma”, “narcisismo”, “gaslighting”, “trigger” o “attaccamento” vengono talvolta impiegati come etichette per spiegare qualsiasi comportamento umano, perdendo così il loro reale significato clinico.
C’è poi un ulteriore aspetto da considerare: sebbene consumare contenuti psicologici di qualità possa essere utile, se ciò che si apprende non trova una corrispondenza nella propria esperienza concreta o nelle relazioni quotidiane, il rischio è che si generi una forte frustrazione. La consapevolezza cognitiva, da sola, non coincida con il cambiamento, il quale si verifica esclusivamente nella cornice del setting terapeutico. “In Gestalt sappiamo che quest’ultimo avviene attraverso l’esperienza vissuta, il contatto autentico e la relazione terapeutica”, conclude, ricordando che i contenuti online possono rappresentare una preziosa porta d’ingresso, ma non sostituiranno mai il lavoro esperienziale.
LA SOCIETÀ DELLA PERFORMANCE
Davanti all’interrogativo su cosa accada oggi, in un contesto in cui sembra che dobbiamo essere performanti anche sotto il punto di vista del benessere psicologico – e su quali conseguenze possa avere il confronto continuo con chi, soprattutto online, sembra gestire alla perfezione il proprio percorso – , la dottoressa Capparelli non ha dubbi: questa è probabilmente una delle derive più insidiose della cultura contemporanea.
La professionista ci ricorda infatti che il percorso terapeutico non è affatto una linea retta: é un cammino fatto di avanzamenti, regressioni, momenti di blocco e acquisizioni di consapevolezze, in cui spesso sono proprio le fasi di maggiore difficoltà a rappresentare quelle più trasformative. I social, tuttavia, tendono a restituire soltanto il risultato finale di questo processo, rischiando così di alimentare l’illusione e l’ideale tossico del “paziente perfetto”.
Ma cosa si intende, allora, per salute psicologica fuori dagli schermi? Per la dottoressa Capparelli, “salute mentale” è tutto ciò che permette la possibilità di attraversare le emozioni dolorose senza esserne travolti, riuscendo a restare in contatto con se stessi anche nei momenti di profonda vulnerabilità. “In Gestalt diremmo che la crescita coincide con l’ampliamento della propria capacità di stare nell’esperienza presente”.
IL RUOLO DEI BRAND
Un altro nodo centrale riguarda il ruolo dei brand, che sempre più spesso scelgono di inserire il tema della salute mentale nella propria comunicazione. A questo proposito, la dottoressa Capparelli evidenzia come l’impatto di queste operazioni dipenda fortemente dall’intenzione e dalla coerenza con cui vengono portate avanti.
Quando un’azienda sceglie di sostenere iniziative concrete, investe realmente nella prevenzione, collabora con professionisti qualificati e promuove una cultura del benessere, il suo contributo può essere molto importante. Il rischio reale nasce invece quando la psicoterapia viene come un qualsiasi prodotto di consumo: qualcosa da acquistare rapidamente, da esibire o da utilizzare semplicemente come elemento per definire la propria identità sociale.
Ridurre la salute mentale a uno slogan pubblicitario o a una pura strategia di marketing, significa inevitabilmente “depauperarla del suo significato più autentico e trasformativo”
Guardando al futuro, sorge spontanea una domanda su come si possa promuovere oggi il benessere mentale nel modo più corretto e inclusivo possibile, riuscendo a coinvolgere in modo efficace tutte le fasce d’età. A questo proposito, la dottoressa ritiene che la parola chiave sia una sola: alfabetizzazione emotiva. Promuovere salute mentale significa innanzitutto “aiutare le persone a riconoscere ciò che provano, a dare un nome alle proprie esperienze interiori e a sviluppare strumenti per affrontarle, intervenendo molto prima che queste si traducano in una vera e propria sofferenza clinica. Perché questo approccio sia davvero inclusivo e ad ampio spettro, non può però limitarsi alle sole stanze di terapia”.
Il suo suggerimento, è di iniziare il lavoro fin da subito nelle scuole, trovare un luogo di espressione concreto nei contesti lavorativi, coinvolgere attivamente le famiglie e, non da ultimo, trovare uno spazio di narrazione sano e consapevole anche all’interno dei media.
FOTOGRAFIA DELLO SCENARIO ATTUALE
Per chiudere il cerchio, abbiamo chiesto alla dottoressa Capparelli di rispondere con una sola battuta al titolo stesso del nostro articolo: “Salute mentale: fine di un tabù o nuova forma di performance?”.
La specialista fotografa così lo scenario attuale: “Trovo che siamo in una fase di transizione: finalmente la salute mentale non è più un tabù, ma dobbiamo fare attenzione a non trasformarla in un nuovo standard di perfezione a cui adempiere”.
Una riflessione che ci ricorda come la vera cura di sé non stia nel mostrare un benessere impeccabile, ma nell’accettare la nostra complessa e umana fragilità.



